|
Filippo Lippi si colloca in una fase cruciale
della storia dell’arte: il Rinascimento. Un Rinascimento
non ancora maturo, seppur ormai libero da tendenze tardo-gotiche
ed arcaizzanti. Nel 1422 Gentile da Fabriano si consegna
all’eternità mettendo fine alla sua opera più
importante. Con la sua Adorazione egli confida l’estraneità
al progetto rivoluzionario destinato a divenire il più
fiorente movimento artistico d’ogni epoca e che porta
la firma d’ingegni assoluti, quali Leon Battista Alberti,
Brunelleschi, Donatello, Masaccio avendo ognuno innanzi
ai propri occhi l’uomo che cent’anni prima ne
aveva gettato le basi e reso possibile la modernità:
Giotto. Nei primi decenni del XV secolo si assiste al prevalere
dell’intuizione fiorentina che rende ormai un ricordo
non futuribile le nostalgie di Gentile o di Lorenzo Monaco,
che nel decorativismo e nella raffinatezza cromatica sembrano
volgere lo sguardo alla scuola senese, a Duccio, a Simone
Martini, ai Lorenzetti. In quegli stessi anni Felice Brancacci
affida gli affreschi della capella nella chiesa del Carmine
a Masolino da Panicale, che porta con sé il più
giovane Masaccio. Questi, distaccandosi dalle figure raffinate
ma svagate e leziose del maestro, origina uno stile pittorico
fedelissimo alla volumetria giottesca, al suo senso dello
spazio e del colore. I personaggi che animano le sue scene
sono interpretati psicologicamente, nei loro gesti, nei
pensieri, nel dolore quasi espressionistico che deforma
i volti d’Adamo ed Eva, rendendo Masaccio forse meno
composto, meno interiore e più espressivo del capostipite
della scuola fiorentina. La modernità cede a Firenze,
che diventa ben presto il centro propulsore del primo Rinascimento.
Dopo Masaccio, che scompare misteriosamente nel 1429, ogni
pittore è condizionato inevitabilmente dal concepimento
delle sue innovazioni in ogni parte del paese. Ma della
sua eredità è custode gelosa la generazione
fiorentina che di poco gli succede. Quella ossia che vede
protagonisti due frati, a conferma che il Rinascimento sia
un fenomeno indubbiamente vasto, non ostile alla religione
sebbene molto critico e riformatore, all’insegna di
un sentimento del divino che non opprima la creatività
e la libertà che l’essere uomini comporti.
Il Beato Angelico e Fra Filippo Lippi sono i continuatori
privilegiati e gli interpreti più fedeli delle innovazioni
masaccesche.
Lippi particolarmente ha modo, ancora giovanissimo, di assistere
alla creazione e all’esecuzione del suo ciclo, facendo
egli parte dell’ordine carmelitano che ivi aveva sede.
E difatti nella prima produzione lippesca aleggia sovrana
l’anima di Masaccio, che ne condiziona l’impostazione
volumetrica, l’esecuzione formale e l’ambientazione
scenografica in una natura reminiscenza di quella giottesca,
inospitale e spigolosa. Ad influenzare la formazione del
giovane frate concorre anche la scultura di Luca della Robbia,
di Donatello, di Brunelleschi. Nella Madonna Trivulzio si
evince la presenza del chiaroscuro che delinea le superfici,
i panneggi quasi metallici e le espressioni dei volti vicini
alle realizzazioni di Paolo Uccello. Lippi è anche
un grande sperimentatore: sostituisce il fondo-oro con un
più moderno e reale cielo azzurro, forse il primo
esempio nella storia dell’arte. Scardina le abituali
posture ieratiche e mai partecipi dell’azione dell’iconografia
bizantina e tardo-gotica per ritrarre soggetti sacri in
pose del tutto informali, sorpresi in sguardi attoniti,
espressioni meravigliate o colloqui gradevolmente mimici.
Questo lo spirito del Lippi: introduzioni innovative accompagnate
da un rispetto della tradizione rigoroso e mai irriverente.
Prospettive evolutivamente centralizzate, presenze di committenti
colloquianti o di dimensioni uguali ai soggetti sacri attenuano
il loro impeto d’innovazione avendo come sfondo architetture
classicheggianti in cui compaiono conchiglie absidali che
riecheggiano i Tabernacoli d’Orsanmichele. Fra Filippo
indugia anche nello studio e nell’esercizio del chiaroscuro,
ombrando, illuminando o accarezzando la muscolatura come
nel Cristo in pietà conservato a Verona , attribuito
al maestro solo da Carlo Volpe nel 1956. Di fattura pregevole
sono anche i suoi primi profili cui, in virtù delle
esperienze biografiche del pittore, sembrano sottendere
voluttà nascoste di un pennello edonista ed esteta.
La pittura lippesca è briosa, estetica, visiva. Lippi
è più formale di Masaccio, meno morale ma
più tecnico. Il ritratto femminile della Gemaldegalerie
di Berlino rappresenta l’elegante incontro dello studio
del volto femminile ma soprattutto delle sperimentazioni
in merito al colore, che in questa tavola raggiunge un’elevatezza
precedentemente mai eguagliata, un effetto coloristico assolutamente
maturo, in virtù del quale si è pensato ad
una datazione non inferiore al primo lustro degli anni Quaranta
(Ruda, 1993). Forse il più grande capolavoro della
prima maturità del Lippi è costituito dalla
cosìdetta Madonna Tarquinia, voluta da Giovanni Vitelleschi,
un capitano militare al servizio del papa, in occasione
della costruzione di un sontuoso palazzo nella sua città
natale. L’impaginazione prospettica della tavola riconduce
agli ambienti della pittura fiamminga, mentre l’uso
della luce crea effetti chiaroscurali assai elaborati che
rendono il volto della Madonna, che siede su un trono pregiato
con in braccio il bambino ribelle, il centro materiale della
composizione. In Lippi convergono, secondo una volontà
esplicitata solo nel barocco, l’unione delle tre forme
dell’arte visiva: l’architettura, la scultura
e la pittura. La conquista dello spazio evolve l’innovazione
saltuaria, sebbene importantissima, di Masaccio per assumere
i caratteri della ricerca equilibrata, dell’apporto
migliorativo e non costitutivo. La pala
Barbadori esemplifica a questo proposito il rapporto di
continuità tra scultura e pittura e il senso rinnovato
ed evoluto dello spazio. Per la statuaria Lippi volge, oltre
ai già accennati Della Robbia e Donatello, anche
a Nanni di Banco, nell’azione dell’angelo sulla
sinistra intento a rialzarsi la veste. Le posizioni oblique
dei santi in primo piano, la balaustra che prospetticamente
li precede introducendoci alla narrazione, le colonne frapposte
tra questi e la Vergine…tutto contribuisce ad un sentimento
rinnovato e studiatissimo di uno spazio sempre più
concepito come atto ad ospitare persone. Uno spazio abitabile
vigilato tuttavia da una prospettiva misurata e controllata.
Nella tavola, parte della critica ha visto anche l’intervento
di un altro artista vicino a Fra Filippo, il Pesellino (Berenson
1932). Il costume lippesco divertito a “sorprendere”
figure in tutta spontaneità si riscontra anche nell’Annunciazione
di Palazzo Barberini. I committenti sono ritratti al di
là della balaustra, continuazione del leggìo
presso cui la Madonna riceve l’annuncio, descritti
in un colloquiare animato e vivace. In linea teorica essi
dovrebbero essere in vivo contrasto con l’evento,
ma la ieraticità che emana la freddezza della Vergine
isolano i personaggi eliminando attinenze e riferimenti.
In molte tavole lo sfondo della natura sembra quasi una
versione moderna dei cicli di Giotto. Una natura non in
fiore, ma rocciosa, inospitale, in molte occasioni nello
spirito di semplicità ed essenzialità dell’evento.
È questo il caso del “San Gerolamo in penitenza”
dell’Apparizione della vergine a S. Bernardo. L’animo
del santo, propugnatore della povertà della chiesa
opposta agli abbellimenti artistici in voga ai suoi tempi,
trova espressione nelle rocce irte ed irsute. Originale
è l’idea del leggìo poggiato sul masso.
Per la tavola, riferita prima a Bozzoli, poi addirittura
a Masaccio e infine al Lippi (Cavalcaselle, 1892), non si
esclude l’intervento di aiuti, come quello del Maestro
della Natività di Castello. Fra Filippo compone opere
per ambienti religiosi ma lavora anche in seguito alle commissioni
delle famiglie più influenti del tempo, ne sia un
esempio l’assiduo rapporto intrattenuto con i Medici.
Ma egli talora indirizza le sue opere anche per la contemplazione
ristrettamente domiciliare, e dunque opere, “operette”,
di dimensioni piccole e maneggevoli, adatte pertanto ad
una disposizione agevole all’interno di ambienti domestici.
A quest’uso devozionale domestico è da ricondurre
la creazione della Madonna col Bambino parmense. L’iconografia
è piuttosto classica. Nel rispetto della tradizione
lo sguardo pensoso e preoccupato della Madre. La tavola
fu pubblicata per la prima volta dal Toesca (1932), dopo
che per molto tempo era stata detenuta dalla contessa Foglietti
presso il Castello di Montauto.
Lippi è un artista molto scrupoloso, tratta e ritratta
i suoi capolavori, li affina, li rimaneggia in seguito ad
un continuo ed infaticabile labor limae, lasciando trasparire,
a volte, una sorta d’insicurezza esecutiva, un’insoddisfazione
indotta da un senso del migliorarsi inappagabile. I restauri
di molte sue opere, corroborate dalle moderne analisi radiografiche
dei dipinti, mostrano come la sua mano abbia ricalcato,
“riscritto”, rimodellato. Talvolta alcuni lavori
erano iniziati, stesi nelle parti più importanti
e delicate, ma poi lasciate terminare a botteghe di apprendisti.
Probabilmente questo accadde anche per la famosa opera che
raffigura la Vergine che cede la cintola all’incredulo
S.Tommaso, nell’assunzione. La tavola presenta percepibili
sbalzi di qualità, giustificabili probabilmente per
l’esecuzione “ a più mani” che
l’attento studio ha rivelato. Nonostante alcuni squilibri
formali, si noti ad esempio una realizzazione un po’
sommaria della Madonna stessa, la tavola mostra figure d’una
bellezza rarissima, nella persona ad esempio degli angeli
quasi botticelliani, nel tappeto raffinatamente dipinto
o nel volto e nei panneggi di Santa Margherita alla sinistra
di Maria, in cui si è voluto riconoscere la famigerata
Lucrezia Bruti, amante dell’artista, per merito anche
della presenza della badessa del convento in cui avvenne
lo scandalo: Bartolommea dei Bovacchiesi. Un pregio indiscusso
di Fra Filippo è certamente la padronanza dei testi
sacri. Questo gli permette di eseguire composizioni di soggetto
sacro con grande esperienza, esibendo conoscenza approfondita
e possibilità di inscenare particolari e “varianti”
insolite. Egli è forse il primo, a questo proposito,
a comporre un “Adorazione dei Magi” singola,
e non un vassoio decorativo o un desco da parto. E’
un grande racconto religioso, meno cavalleresco e ornamentale
di quello di Gentile, ma altrettanto narrativo e particolareggiato.
Si erano fatti, in passato, i nomi più svariati:
Botticelli, Filippino, l’Angelico. Fu solo nel 1993
che Ruda, ampliando l’intuizione del Berenson, confermò
la paternità lippesca e ipotizzò un tempo
assai di esecuzione lungo e continuato, che variava dagli
anni 30, presumibile inizio, ai 50’, data dell’ultima
revisione. Ma il Tondo più famoso del Lippi è
quello commissionato da Leonardo Bartolini, da collocarsi,
sebbene i documenti sembrino anticiparne la data di un decennio,
agli inizi degli anni Sessanta. E’ di certo un’opera
di grande compiutezza, nel velo eccellentemente trasparente,
nel panneggio della veste che si dispiega creativamente
sul braccio della sedia e infine nelle figure femminili
quasi “inclinate” ed abbigliate con abiti dalle
tinte trasparenti, secondo un modello che sarà fatto
celebre da Botticelli. Ma la piena maturità del Lippi
produce capolavori dove la sublime fattura si coniuga con
rivoluzionarie intuizioni del colore. Sono gli ultimi anni
della sua vita ma questo pittore non finisce di stupire:
la piena maturità coincide in lui con i giorni finali
della sua esistenza. La sua vecchiaia dunque non è
consolidamento e approvazione delle opere compiute nel periodo
più florido: quello convenzionalmente intorno ai
Quaranta anni, la celebre acmè greca, il momento
di maggiore fioritura per un artista. Lippi non si rassegna.
Continua a sperimentare, provare, attuare. Certe volte l’iconografia
è la stessa, tradizionale è anche l’architettura
a conchiglia absidale, ma nuovi sono gli effetti cromatici,
nuovi gli abiti quasi “arabescati”, come nella
Madonna con Bambino nel Palazzo Medici Riccardi di Firenze.
L’opera più famosa in assoluto di Filippo Lippi
è la “Lippina”. Modello intramontabile
dell’iconografia successiva, punto più alto
della poetica lippesca, la “Lippina” si colloca
tra le opere meglio riuscite e più straordinarie
del talento del frate. Un vero e proprio testamento di genio,
un’innovazione senza precedenti nella storia del Rinascimento
ed anche tanto cruciale per i successivi sviluppi del periodo
stesso. Non esistono documenti che ne spieghino l’esistenza,
né ecclesiali, né altri che ne giustifichino
la creazione per il godimento eletto di qualche famiglia
nobiliare. Si è pensato ad una creazione pienamente
volontaria, probabilmente in occasione della nascita del
figlio Filippino, ma la data della nascita (1457) è
razionalmente troppo precoce per le novità del capolavoro.
Il paesaggio è colto “a volo d’uccello
che, come già accennato, rimanda alla pittura fiamminga
ma anche alla scultura, ad Agostino di Duccio e a Desiderio
da Settignano (Grassi, 1957), a Luca della Robbia (Del Bravo,
1973), a Donatello (Ruda, 1993) e addirittura a Michelozzo
nella tomba Aragazzi a Montepulciano (G. Forgione, 2003).
La tavola è forse la testimonianza più emblematica
del ruolo di congiunzione, imprescindibile, che svolse Fra
Filippo nella pittura del XV secolo. Egli infatti è
il fondamentale continuatore della modernità di Masaccio,
propugnandone la volumetria, il senso dello spazio, la prospettiva.
La pittura del Lippi parte dunque dalle innovazioni del
ciclo Brancacci dell’enfant prodige e, attraverso
un procedimento autonomo, conduce sino alla grazia formale
di Botticelli, il punto più alto del primo rinascimento
fiorentino. Ma non è tutto. Nelle sue ultime tavole
l’artista matura un cromatismo che, liberandosi dalle
tinte tradizionali con cui i soggetti sacri venivano campiti,
intuisce un colorismo che si stempera nell’atmosfera,
ne diventa un tutt’uno, dando vita ad un colore quasi
atmosferico, ad un’unità tra le tinte dell’uomo
che compenetrano i toni della natura, delle rocce, dei monti,
dei fiumi. E’ l’espressione della continuità
tra Uomo e Natura, dell’armonia con il Creato. Allora
Lippi anticipa Leonardo, lo sfumato, la prospettiva aerea.
Anticipa la Gioconda e gli effetti cromatici che Leonardo
studiò approfonditamente nei suoi dipinti avendo,
ne siamo certi, davanti la “Lippina”, così
come le ultime dimostrazioni dell’attività
del pittore. Fra Filippo persegue dunque il concetto, caratteristicamente
rinascimentale, del rinnovato spirito di cordialità,
e non di rottura, che bisogna assumere nei confronti della
creazione divina. E’ quasi l’anticipazione della
teoria cardine del Rinascimento veneziano, da Giovanni Bellini,
a Giorgione, a Tiziano. Ma il naturalismo di questi artisti
va oltre anche Leonardo, riuscendo a far convivere, immettendoli,
personaggi umani in una natura accogliente, amica e rigeneratrice.
Le vicende biografiche della vita del Nostro non sono di
sicuro consone per un frate dei nostri tempi. Filippo Lippi
era infatti un raffinato cultore del corpo femminile, tanto
che il Vasari narra che un committente, nella volontà
di fargli eseguire un’opera senza “distrazioni”
, lo rinchiuse in una camera. Ma per l’ardore che
gli condizionava l’animo, attraverso l’escamotage
di scendere la finestra attraverso lenzuola adibite a fune,
raggiunse l’agognata tentazione. Si racconta che più
volte Pietro il “gottoso” ne garantì
la professionalità e l’integrità al
cospetto di una commissione giudiziaria intenta a processarlo
con l’accusa di stupro e sequestro di persona. Una
vita da libertino, dunque, che per molti secoli ne ha oscurato
il valore. All’insegna dei moralismi più o
meno in voga, la sua figura venne oscurata perché
considerata scandalosa e immorale. La sua esistenza per
dir così “bohemien” non fu motivo di
successo, come lo è stato per altri artisti, da Baudelaire
a Van Gogh, ma di un singolare, seppur frequente, “teppismo”
culturale, per citare l’italiano colorito ed espressivo
di Federico Zeri. Fu solo il Romanticismo ha rivalutarne
la grandezza. La storia scandalosa ed anti-conformistica
tra Fra Filippo e Lucrezia Bruti affascinò due poeti
il cui amore era pure ritenuto causa di scandalo tra i contemporanei
per l’eccessiva, a loro giudizio, differenza d’età:
Robert Browing ed Elisabeth Barret. La vicenda fu da loro
letta, nel pieno spirito romantico, quale allegoria dell’irrefrenabile
forza dell’amore, insofferente ad ogni connotazione
etica o riferimento sociale. Un amore che resiste ed abbatte
coercizioni, imposizioni..così come lo era quello
Robert, che sottrasse “in clandestinità”
Elisabeth ad un padre padrone e all’ambiente affettato
di Londra in cui ella viveva. Ma la vera riscoperta del
Lippi, in termini prettamente pittorici e non biografici
o morali, si ebbe pochi decenni dopo, ad opera di uno dei
capisaldi della critica d’arte di ogni tempo: Bernard
Berenson. Stabilendo che l’influsso dell’Angelico
non era anteriore alla Pala Barbadori e che in precedenza
era stato Masaccio il maggiore esempio per l’arte
lippesca, Berenson stabilì, in un suo testo fondamentale,
una nuova e più esatta cronologia delle opere dell’artista.
Le iniziali adesioni alle novità del primo Rinascimento
(Masaccio, Donatello, Brunelleschi) cedevano in seguito
ad un rinnovato gusto goticheggiante, dovuto senz’altro
all’improvvisa morte di Masaccio e agli ideali mutati
della Firenze del tempo, non più celebratrice di
valori borghesi quali quelli della Brancacci, ma proclive
ad una nuova esigenza di committenza: quella dello strapotere
della corte dei medici, in favore dei quali i comuni avevano
abdicato il potere civile. Fu proprio la corte di Lorenzo
il Magnifico, con quel mecenatismo velato seppure dai forti
toni encomiastico-celebrativi, a far trionfare la linea,
prerogativa della scuola fiorentina dai tempi di Cimabue,
a cui il frate pittore aveva apportato contributi non indifferenti.
Lippi dunque è una figura centralissima all’interno
della complessità evolutiva del periodo di cui partecipa,
assurgendo al punto di congiunzione più alto tra
gli albori del Rinascimento, con la volumetria e il plasticismo
che Masaccio impara da Giotto, e la sua compiutezza formale,
nelle espressioni successive di un Botticelli debitore al
meno noto Lippi più di quanto si creda.
|
|
|
Galleria Opere Scelte
|
|
Madonna col Bambino in trono
(Madonna di Tarquinia)
Roma, Galleria di Palazzo Barberini (in deposito
dal Museo Nazionale di Corneto Tarquinia)
Tempera su tavola, cm 114x65, cornice originale
|
|
|
Annunciazione
Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini (dopo
il 1919)
Tempera su tavola, cm 155x144
|
|
|
Boh?!
|
|
|
Madonna col Bambino e angeli
Firenze, Galleria degli Uffizi (dal 13 maggio 1796)
Tempera su tavola, cm 92x63,5, sul retro lo schizzo
a pennello di un mezzo busto femminile
|
|
|
Madonna col Bambino
Monaco, Alte Pinakothek (dal 1836)
Tempera su tavola, cm 76,3x54,2
|
|
|