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Io sto con i Verdi





ACQUA
Emet

La giornata era nera, in un’occasione come quella. Alcuni l’avevano così a lungo sospirata, che alla fine l’ottennero. Altri invece non avrebbero mai immaginato, ma era piombato giù quel dì, sulle loro spalle come un macigno. E nelle ossa s’era conficcata una strana sensazione tiepida, simile al torpore prima del sonno. Questi qua, sinceri, si erano liquefatti nelle loro lagrime, ed insieme alle loro speranze languivano in frantumi dopo che la vita aveva assunto la quiete diafana della mestizia. C’erano poi tutti gli altri, la maggioranza dei presenti, che pensavano a tutto fuorché al rimpianto; il rimpianto è faticoso, tanto quanto la gioia: dunque neppure gioivano. L’evento non suscitava loro né lo struggimento dei commossi, né lo sgravio liberatorio delle serpi; certo erano lì, è vero, ma in veste d’ospiti invitati dalle convenzioni, dalle tradizioni millenarie del culto. Allora la morte era ancora temuta, riverita come una dea che esiga il rito corretto, al punto che il trapasso di una persona andava seguito e disposto con attenzione. Non ci sono dubbi che il rispetto della vita fosse svanito ormai da secoli, paradossalmente però la morte veniva rispettata, oltre che temuta per la sua imbattibilità. Il culto della morte. Le persone, che fossero contrite, indifferenti o sollevate, seguivano comunque lente e compassate, simulando compassione per la bara nera su cui si disegnava il cielo ingombro di nubi. La bara era ornata oltremisura da tortuose bordature in legno rilucente, le quali rincorrevano ipotetiche linee condotte al suicidio nel centro del coperchio. Il feretro richiamava con orgoglio malcelato posticci orpelli barocchi, che ignoravano la morte e con ciò l’eternavano. Sotto la cassa quattro poveretti arrancavano claudicanti e incerti, conducendo il fardello lungo un improbabile tracciato di bolina. Gli impeti del vento sferzavano gli omuncoli e le pareti di legno quasi fossero vele imbizzarrite, intanto che la decenza imbrigliava gli animi e conduceva dietro quella bara… C’era un solo rumore, un suono forse, forse un ritmo musicale: lo scalpiccio regolare di ciascun piede sui ciottoli di selciato. Le suole degli insecutori tuonavano, ritmicamente, di tanto in tanto all’unisono come per caso, poi di nuovo insensatamente, perché ognuno, secondo la gittata della propria gamba, zampettava più o meno frequentemente. Era festa per le orecchie degli indifferenti il momento in cui il tramestio di un piede incontrava sul terreno scricchiolante quello d’un proprio simile. Era goduria che alcuni passeggiatori attendevano, misuravano persino i propri passi con quelli altrui per anticipare il frastuono omofono: pur sempre un’occupazione. Uno strazio era invece per chi godeva alla vista della bara nera e al suo contenuto, poché vi giaceva un nemico: ad ogni fracasso si sentiva tradito da un segno della natura spettatrice. Per un attimo il cuore forsennato tambureggiava, come tambureggiava il cielo, in procinto di donare un temporale. A coloro, smarriti, che cercavano un senso nella morte e finivano immancabilmente per dargli la caccia nella vita, lo sconquasso pareva soltanto il casuale rimestio di pietruzze in terra. I piedi, però, dolevano a tutti, a causa della ghiaia e dei sassi, e del pendio. Già! Si stavano inerpicando su per la collina, verso il cimitero in cui voleva essere sepolto il defunto. In mezzo a quella coda neghittosa che sagomava il corteo, scura come la bara, come i cappelli, si rammaricava una ragazzina dagli occhioni lacrimosi e tondi. Forse era la figlioletta, forse la nipotina, sta di fatto che sfiorava con l’indice la bara nera, e nero era il suo vestitino comprato per l’occasione. I capelli rossicci e abbondanti straboccavano dal cappelletto nero, adoperandosi in ogni modo per scappare dalla cappa soffocante. Le dita minute torturavano il bordo inferiore della veste nera perdendovisi. Il capo chino contemplava le scarpine laccate. Sua madre, o forse la zia, le stava di fianco, mantenendo un’impassibile compostezza ed ogni tanto la scostava dalla bara, perché non la insozzasse con le dita sudate. Nel frattempo anch’ella si ammirava i piedi che strusciavano in avanti lenti e goffi. Un po’ di polvere si alzava d’intorno insieme alle pietruzze che venivano sostituite della terra battuta. Insospettabilmente una leggera nube di pulviscolo s’insinuò sotto le palpebre della donna afflitta. Era dispiaciuta, certo, tuttavia la disperazione non le lacerava il cuore: ci volle la polvere per farla piangere. Dietro stava uno dei nemici, perfettamente vestito, calvo, luccicante, nonostante il sole fosse coperto e la pioggia minacciasse di precipitare. Forte, potente avanzava sicuro, macchinosamente compunto. Poi il cielo nero si fece ancora più scuro e divenne di pece. La prima enorme goccia si schiantò proprio sulla bara ove si specchiava il cielo. È superfluo descrivere lo scroscio che seguì, il vento che prese ad ululare, i primi tamburi rimbombanti nel cielo fremente. L’acqua in pochi secondi aveva già ricoperto tutti, e tutti erano scivolati nel panico. Ognuno assecondava le ragioni che l’avevano trascinato dietro a quel corteo, e di conseguenza si comportava. Chi seguiva con indifferenza si trovava maggiormente in dubbio se continuare il cammino o se andar in cerca d’un riparo, cosa senz’altro sconveniente, defilarsi nel bel mezzo dell’inseguimento alla bara; tuttavia per quale motivo inzupparsi fino alle ossa, in balia del vento feroce? I nemici del defunto pur di mascherare al meglio la loro inimicizia, avevano premeditato, stoici, di agire come se il cielo fosse sereno, sgombro d’ogni dolore. Non esitavano, dunque, a tenere il passo. Al contrario quelli gonfi di cordoglio, arrovellati dall’incongruenza di quella carcassa nascosta nel legno, intuivano che era pena vana infradiciarsi per chi aveva smesso di dolere. Valeva ancora meno farlo per una cerimonia che poteva essere conclusa a temporale esaurito. Furono questi i primi ad andarsene. Ma queste anime belle erano rare, sicché l’inseguimento seguitò immutato e la processione si protraeva tra i bisbigli di chi rimaneva: ah, guarda quegli irrispettosi che se ne vanno! Il temporale non intendeva moderare il tono, anzi, dispose di darsi completamente, goccia per goccia. Ebbero inizio le scariche dei lampi prepotenti, pedinati a vista dai lesti tamburi dei tuoni. I cappelli dei presenti furono scalzati e volarono lontano una volta per tutte, senza che nessuno osasse rincorrerli. Soltanto una bambina triste toccava ancora la bara, mentre la zia, o la madre, di fianco le accennava di star ferma e calma. I quattro che si prodigavano sotto il mezzo dei morti, sudavano tra le gelide folate di vento settentrionale. Un fulmine, un tuono, uno schiaffo tremendo del vento e la bara s’impennò. Fu un attimo, poi si rovesciò sul selciato misto alla terra bagnata, sopra una pozzanghera. Sul principio solo i quattro portatori se n’erano avveduti, mentre gli altri ammiravano ancora le punte delle proprie scarpe, lambite da aloni pallidi. Poi uno per uno alzarono tutti il volto, incitati dai vicini. Gridarono le donne e gli uomini imprecarono. Alcuni si accostarono, altri si ritrassero. La bara, urtando il suolo, aveva perso il coperchio e s’era lasciata fuggire il cadavere esangue. Con gli occhi spalancati quel cipiglio ammiccava a tutti i presenti. Gli arti erano rigidi e già il cadavere emanava quel lezzo finora trattenuto nel sarcofago. Pochi, però, vi badarono e tutti a poco a poco s’appressarono appena intimoriti. Presero a tastare lentamente la carogna là distesa. Uno chiese: «Di che è morto?» «Ictus.» «Bene.» Dal folto degli astanti uscirono tre uomini ben vestiti; non si sa chi fossero, ma erano esperti, questo è certo. Tutti e tre estrassero qualcosa dalle tasche e si fecero vicini al corpo sul ciglio della strada. Strozzavano tra le dita dei coltellini svizzeri con la seghetta sguainata. Quando s’accorsero che i compagni li guardavano di sbieco, bisbigliarono divertiti: «È per ogni evenienza, capite…» Infilzarono il cadavere e con flemma lo scannarono: gli divaricarono il torace e gli scavarono fuori il cuore. I presenti non batterono ciglio, anzi, a quanto parve gradirono la cosa facendosi spettatori premurosi. Un grido d’approvazione si levò alto, oltre lo scroscio, di là dei cieli. Il cuore passò senza fretta fra tutte le mani ed ognuno addentò il suo brandello. Con leggiadria l’acqua piovana condiva ogni boccone.

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