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Io sto con i Verdi





A VOLTE PIOVE
Wanax

Che idiozia!, certo che piove, che titolo stupido… Mi chiedo se in realtà piova davvero: quando piove, piove sul serio? A volte piove. “A volte piove” mi tormenta da questa mattina, quando mi sono svegliato ed il sole ha preso a tormentarmi attraverso i forellini delle tapparelle. Perché non c’erano le tende?, vi chiederete, forse. Forse perché mamma ha deciso che era il giorno di lavarle, come se le tende abbiano un giorno in cui devono essere levate. Certo che l’hanno, come ogni cosa ha il suo giorno: anche la morte ne ha uno, un giorno le è dovuto, una data, alla morte di ciò che non vogliamo ci appartenga. Gli antichi Ateniesi “regalavano” un giorno ad ogni evento, e c’era un giorno che chiamavano le “Targelie” in cui facevano fuori quel che dentro non poteva più stare, uccidevano, scacciavano peggio che in esilio, il male. Il male, certo, il male: è per questo che a volte piove. Stamane “a volte piove” non mi ha voluto lasciare in pace, così ho interrogato mia madre, mia madre che lava le tende, perché anche le tende hanno il giorno giusto. Sei fuori, m’ha apostrofato subito, non sei a posto. “A volte piove” non era più solo, “sei fuori” e “non sei a posto” presero a stuzzicarmi il naso, solleticandomi senza che io avessi mai interpellato Erissimaco: caro uomo di medicina, non gli ho detto, io non ho mica il singhiozzo! Sicuro, se a volte piove, sono fuori posto… Ne ero sempre più convinto, le tre «dislocazioni» dovevano essere legate, semplicemente per colpa degli Ateniesi che avevano un giorno per ogni occasione: Socrate ha ritardato la morte grazie ad una festa, le Delie, periodo in cui la nave inghirlandata salpava dal Pireo facendo rotta vero l’isola di Delo, cassa aurea e non solo, luogo sacro ad Apollo. E avevano giurato gli Ateniesi, dopo che Teseo aveva sconfitto il Minotauro figlio di Minosse di Creta, di rendere onore al dio; pertanto ogni anno la nave prendeva il largo e, fintanto che non avesse fatto ritorno, Atene doveva conservarsi monda d’ogni atto turpe, condanna a morte compresa. Il giorno prima della sentenza contro Socrate la nave aveva iniziato a gigioneggiare per il mar Egeo. La sorte di Socrate era vacante. Quante feste questi Ateniesi, troppe date ricorrenti, infiniti anniversarii… La vita di Socrate vede la nascita e la morte scandite da due feste: al ritorno della nave, concluse le feste Delie, Socrate muore; nasce il sesto giorno del mese Targelione, nel giorno della festa delle Targelie, quando gli Ateniesi si purficano, quando fanno fuori il loro pharmakos. Allora perché a volte piove? Inspiegabile per me e per gli Ateniesi che mi erano entrati in testa tutti insieme, come quando gli Achei penetrarono in Ilio nel ventre del cavallo di legno. “A volte piove”: sono fuori posto. Ogni cosa per gli Ateniesi doveva avere il suo posto, la sua data, il suo ambito di efficacia, eppure accudivano in seno all’agorà il male, il peggio dell’umanità, la schiuma della viltà. Tenevano dentro quel che più odiavano, quel che dovevano odiare, il capro espiatorio d’ogni carestia, d’ogni pandemìa: il pharmakos. Il pharmakos era l’uomo del pharmakon, del farmaco ma di un farmaco strano come è strano ogni farmaco: rimedio e veleno contemporaneamente. Era un Ateniese, uno di loro, che però non avrebbe dovuto farne più parte, doveva esser mandato via: peggio che l’ostracismo. Quell’essere ambiguo, dentro e fuori, non era al suo posto eppure vi era. Stava lì per non dover star più lì, al momento opportuno, quando la data che gli Ateniesi avevano stabilito fosse giunta. Dunque sono sobillato, da questi noiosi di Ateniesi, tutti pungolati e pieni di lena, i quali non appena trovarono la vipera, il padre adottivo, la torpedine e l’unico uomo col pungiglione, lo fecero fuori: Socrate, colui che non scrive, il più ateniese tra gli Ateniesi, colui che non esce da Atene e vi muore. Socrate, che era detto pharmakeus, morì come un pharmakos, ed Atene fu purificata, orfana e per sempre infante… A volte piove, Socrate non è al posto, è fuori posto, io non so più cosa pensare. Essere fuori posto, significa non aver alcun posto, vuol dire errare, come girovagano i sofisti, privi di patria, immancabilmente fuori. Esser fuori è non aver posto, perché l’unico posto vero è quello dentro, in Atene. Se le carte si scombinano, se il dentro va fuori ed il fuori viene dentro, allora non riusciamo più a comunicare, è la fine di ogni ragionamento (logos), di ogni discorso (logos), di ogni parola (logos): è la fine della logica. E ne è l’inizio la messa fuori del fuori, il custodir dentro il dentro. Sicché il pharmakos vegliato, dentro, va finalmente messo fuori, il male cresciuto all’interno dell’agorà va espulso, raccolto in un uomo e costretto a fuoriuscire. Sicché Socrate fu mandato fuori, volente o nolente, vivo o morto: in fondo la scelta gli era stata lasciata, andarsene sulle sue gambe per sempre o bere la cicuta che paralizza gli arti. Immobile come un cadavere, Socrate è lì e se n’è andato: al gallo hanno tirato il collo e l’offrono ad Asclepio, grazie. La cicuta è entrata e l’anima esce, ma non è soffio che al vento si disperde, come credevano Simmia e Cebete, no, l’anima in fondo non è mai stata entro il corpo… Pharmakos, pharmakeus, pharmakon: la cicuta è un pharmakon, è una medicina dall’aspetto di una moneta, il rimedio su una faccia, sull’altra il veleno. E l’esergo? Nell’esergo di questa moneta è raffigurata Atene, si scorge l’agorà, un drappello di uomini e donne sembra concitato, là all’orizzonte si intuisce, lontanissimo, il Pireo: una nave è appena a p p r o d a t a , ornata di ghirlande… Socrate non si vede. La cicuta è un pharmakon: per tutti è un veleno, ma non per Socrate che la beve con avidità, perché finalmente la pozione entra in azione, veleno per il corpo, è il vero rimedio per l’anima che si libera della sua tomba. Socrate è sciolto dalle catene. Gli Ateniesi hanno dato ad ogni sorpresa la sua data, ad ogni cosa, assegnandole il nome, hanno fissato il posto, hanno diviso con le Lunghe Mura il dentro dal fuori, hanno dato la legge a chi non l’aveva o a chi non la voleva, hanno ucciso i raminghi, gli orfani e i pharmakoi, ossia tutti coloro che non hanno trovato posto nel cosmos, nel nomos, nel logos. Eppure il pharmakos ritorna, di soppiatto, periodicamente e periodicamente deve essere espulso, di anno in anno. E in ugual modo il pharmakon indomabile, non può essere definitivamente né rimedio né veleno, perché è entrambi: allora il dentro e il fuori si mischiano e agli Ateniesi non resta che ammazzare tutti i pharmakoi, neutralizzare farmaco per farmaco. Ma questo è impossibile, perché ci sarà sempre un Odisseo che costruirà un cavallo di legno in cui infilarsi per approdare di là delle mura e, una volta inoculato all’interno del corpo della polis, seminare la morte. Il cavallo di legno fu la prima siringa e la presa di Ilio la prima iniezione del Pharmakon, nella storia dell’Occidente. Ecco perché non mi dava requie codesto “a volte piove”, non tanto per il fatto che piovesse, quanto per quell’“a volte” che non permette di fissare una data precisa, che lascia la pioggia al caso, fuorilegge, fuori dal controllo della città. La pioggia cade a volte, non si lascia dominare, a volte no. Chissà se non sia colpa di un colpo demoniaco, di un pharma-kon: che magari abbisogni della fustigazione di un pharmakos! Suvvia, prendiamone uno da qua dentro, ce n’è tanti… - Un attimo, dove s’è cacciato quel Socrate… non lo si trova più! Maledizione, che sia fuggito?! - Non è possibile, è morto, l’ho visto impietrirsi coi miei occhi; gli ho tastato il polso, ho scrutato i suoi occhi, ho misurato il gelo delle sue membra… no, era morto, ti dico, era morto… - Che dici mai, tu! Non sai che Socrate è lesto come una torpedine, morde come una vipera e incide col suo aculeo chiunque si presti ad ascoltarlo, maledetto! Non sei al corrente che egli è un incantatore, un preparare di filtri, uno stregone, ti dico… Presto, dobbiamo riacciuffarlo: non c’è tempo da perdere!

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