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Questo spazio si prefigge di offrire la possibilità a tutti coloro
che lo desiderassero di esprimere liberamente la propria
creatività (accompagnata o meno dalla tecnica). Si tratta più
precisamente di una minuta rubrica che focalizza l’attenzione
sullo splendore dell’immaginazione visionaria, portata in
dote potenzialmente da ogni uomo.
L’immaginazione è infatti una dote “magica” che, servendosi
della parola come strumento alchemico, tramuta la nostra
realtà quotidiana «in qualcosa di più grande, forse di più
pauroso, certamente di più avventuroso di quanto potrebbe
mai comportare la razionalità della coscienza obiettiva»
(Theodore Roszak, La nascita di una controcultura).
[Spazio curato da Davide]
DAVIDE
L’albero dei sogni
Ti vidi una nera notte
sotto un salice in riva al lago,
ricordi un po’ bagnati,
avevamo pochi anni fradici di lacrime,
col cuore allo scoperto, dolorante di passione,
speravo di vedere quella luce.
L’albero dei sogni, nel mio sonno intorpidito,
svegliarmi di sorpresa,
cogliere i tuoi frutti per avere un’illusione,
ancora una volta,
ancora una volta
provare la sensazione di essere libero.
Come un bambino
Tornare bambino, piangere senza vergogna,
osservare gli stormi migranti e sognare,
sì, sognare di avere ali forti per volare;
sdraiarmi in un prato,
essere un girasole per guardare sempre la luce.
Primo sole
Fiori nudi nell’apparizione mattutina,
ricordate nostalgici quegli interminabili istanti,
privi di consapevolezza,
voi rifletteste il cristallo trasparente dell’armonia
solare;
ricordate,
non siete specchi opachi di una luce sconosciuta,
siete cuori palpitanti in attesa del calore.
ISACCO
Sogno di un bambino afghano
Sarà in una calda notte d’estate
che le mie dita affonderanno docili in morbidi
capelli puliti.
Sarà in una fredda mattina d’inverno
che davanti al fuoco del camino
i miei occhi bruceranno la mattanza della guerra.
Forse in un triste pomeriggio
assaporerò il gusto dolce di una cioccolata calda.
E nella primavera tiepida
il mio sguardo si fermerà incredulo e stupito
dinnanzi ad un campo di viole fiorite.
Sarà allora che potrò tessere magiche ghirlande
di fiori.
Sarà allora che la paura scivolerà lenta verso
l’abisso,
come le foglie d’autunno verso il terreno.
E mio padre risorto mi stringerà forte tra le sue
braccia stanche,
e mi sentirò sicuro come quand’ero piccino.
Sarà in quel momento che mia madre
mi carezzerà teneramente i capelli puliti.
E potrò bere acqua fresca e indossare abiti lindi.
Potrò osservare le rondini volare nel cielo
senza il timore delle bombe «intelligenti» ma cru
deli.
Le lacrime dell’animo scivoleranno verso un fiume
o sui sentieri lunari.
E non sarà il barlume opaco di una candela
ad illuminare la mia stanza
un neon colorato accompagnerà le mie notte buie.
EMET
Le ore e il canto rosa
Molte ore terribili passai, la mente
ottusa da un peso, il cervello squassato:
non avrei mai appreso il loro canto.
Stavo sull’erba, sdraiato, teso
alle profondità abissali dell’animo
e tra le stelle brune un’idea divina
inseguivo: il mio destino.
Ero sordo al murmure dell’ape,
al rimbombo plumbeo del cielo,
quando un bagliore mi sorprese
e vidi strani prodigi attraverso,
e ramingo vagai con la fronte nuda.
Oh, cercavo la dolce brezza,
l’incanto buio della bufera:
la mia sorte scorsi soltanto;
e più non seppi allora il calore
del mio passato, d’un tormento
sfiorito la tenerezza.
Mi fermai, pensai.
Solo un giorno è la vita,
goccia fragile di rugiada
che scende a fatica
dalla cima d’un olmo.
S’apre un velo di fanciulla
e tituba una colomba
per l’aria bianca d’estate;
un ragazzo ride, agile
su quei rami d’olmo.
Ero in piedi ora, ritto
sulla vetta sottile d’un colle.
E niente si muoveva
se non, verdi, le ombre.
Mi guardai attorno
a lungo, e mi sentii
leggero, assente…
Sbirciai in basso poi,
verso una fonte: vidi
che Narciso si baciava,
e lo saggiava la Morte, lì,
sinuosa, appoggiando
sul bello cineree labbra.
Altrove cadde la mia mente sfinita,
già languivano socchiusi gl’occhi miei.
Adesso son qua, ancora
tra la rugiada, sull’erba
coll’ape, e osservo assonnato
il rosa dell’aurora.
Da una finestra
fuori nevica e noi
dentro, buoni a nulla,
siamo splendidi sempre
ah, i fiocchi s’accùmulan
sui fiocchi,
i nostri corpi
su quelli dei morti
Il nipote di Dio
Se ne va l’ultima soggezione atroce,
come fan i candidi camici de’ medici,
come guizzan via l’ingiustizie dei sadici,
ma chi resta subisce l’ira della croce.
I vili son i nostri carnefici colmi di livore
per la loro sottomissione, per il loro pudore,
ma noi, crudeli e forti, cerchiamo il conforto,
assorto e deserto d’un’estrema follia da morto.
Non si deve temere per l’ultimo verso
com’un morso di iena sulla terra riarsa,
ché ‘nvano si cerca la fine della missione
per quanto il torto sia di un dio disperso.
Lottiam invece, com’ogn’errore testardo,
al fin d’aver parte nella recita vuota,
poi ch’abbiam in sorte una vita idiota.
Vogliamo sopportare la nostra decisione,
triste decreto d’un attimo tardo e lordo,
perché io sono Caino, figlio d’un bastardo
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