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In occasione del primo anno di vita de La Ridda vogliamo esagerare.
E così non più una poesia soltanto, ma due, tre, quattro:
contatele voi.
Sono invece soltanto due le parole che vogliamo spendere a
favore dei loro autori – l’arte si sa, è smemorata: ERNESTO
RAGAZZONI (1870-1920), nativo di Orta, poeta per diletto e giornalista
di professione, scrive questa lode spassionata in occasione
della collocazione nella piccola piazza della sua cittadina
del tanto agognato cesso pubblico; assai avventurosa la vita di
FILIPPO PANANTI (1766-1837), fiorentino: posto in seminario dallo
zio che ne aveva assunte le veci in seguito alla morte dei genitori,
non divenne sacerdote ma avvocato, prendendo parte, da
moderato, ai disordini 1794-99, moderazione che comunque gli
valse l’accusa di sobillatore e il conseguente esilio in Francia,
Spagna e Inghilterra. Da qui salpato, venne catturato dai corsari
che lo imprigionarono in Algeri, rilasciandolo poi qualche mese
dopo. Trovò anche l’occasione di scrivere e pubblicare alcuni
suoi componimenti, fra cui il “romanzo in versi”, Il poeta di teatro,
apparso a Londra nel 1908; LUIGI CARRER (1801-1850),
veneziano, assistente di filosofia all’Università di Padova, giornalista,
bibliotecario, autore apprezzato di rime amorose, non
pubblicò mai i suoi versi meno ortodossi, che rivelarono un volto
inedito a chi lo conobbe in vita tramite la sola carta stampata;
GIOVANNI GIRAUD (1776-1834), romano, sostenitore di
Napoleone, fuggitivo a Firenze durante la Restaurazione, fu
finanziere e banchiere fallito (per ben due volte), scrisse per il
teatro, ironizzò con la poesia. L’edizione postuma delle sue
opere, da cui è tratto il secondo epigramma che qui presentiamo,
fu stralciata dalla censura; FRANCESCO BERNI (1498-1535),
da molti individuato come «maestro e padre del burlesco stile»,
è l’autore dell’ultimo epigramma e del sonetto che chiude questa
brevissima raccolta. Figlio di notaio, dipendente del Cardinal
Bernardo Dovizi da Bibbiena, poi del nipote, protonotario apostolico
sotto papa Clemente VII, quindi segretario del datario
pontificio Giovan Matteo Giberti e in seguito protetto del cardinal
Ippolito de’ Medici, morì a Firenze, forse avvelenato.
Le parole sono state più di due, a quanto vedo. Ma ve l’avevo
detto che si era deciso di esagerare. Uomo avvisato…
ERNESTO RAGAZZONI,
L’apoteosi dei culi d’Orta
Culi d’Orta, esultate! O culi avvezzi,
quando mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi,
come pudiche monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli
all’ombra dei deserti muriccioli.
Culi che conoscete la puntura,
fra i grigi sassi dell’audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura
udiate il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache
tornate a rimpiattarvi nelle brache.
Culi randagi, che un desio ribelle
spinge talora a pitturar sul Monte
i bei pilastri delle pie cappelle;
culi d’Orta, levate alta la fronte!
Finito è il tempo più malvagio ed empio:
Orta vi eresse finalmente un tempio.
O che cuccagna, culi miei, che bazza!
non più i luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza:
non più gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire
che vi è spuntato il sol dell’avvenire.
Per amor vostro mani premurose,
che d’ogni pianto asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose
dei biglietti magnifici da mille,
e, per il buon buco vostro, con islancio,
ne han fatto uno pure nel bilancio!
Lodate dunque, culi d’Orta, i cieli!
Culatelli innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli,
culi di tutti i sessi e tutti i stili,
ognuno di voi parli in sua favella,
come la pellegrina rondinella.
E ognun con la sua voce naturale,
sospir di flauto, sibilo di fiomba,
sussurro di strumento celestiale
o rauco suono di tartarea tromba,
ognuno in segno di ringraziamento,
innalzi verso il cielo il suo contento.
E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni,
accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta perché il cielo a te propizio
non lasciò mancar nulla all’orifizio.
FILIPPO PANANTI
Il penultimo dì del Carnevale
desiderò d’andar Berta alle sale,
ove un grosso si fa pubblico gioco.
Pier, suo marito, sen curava poco,
ma quella tanto si raccomandò,
ch’ei disse di condurla; – Ma però
purché tu conosciuta non vi sia:
se ti conoscon, ti conduco via.–
la donna allora si contenta e tutta
la faccia si cuoprì con la bautta.
Vanno, ed appunto si metton davanti
a un giocatore pieno di disdetta,
che attaccata l’avrìa con tutti i santi.
Fe’ primiera e gridò dalla saetta:
– O b(agascia), anfin ci sei venuta! –
Allor Pietro: – Andiam via, t’ha conosciuta.
Epigrammi
LUIGI CARRER
Gli scritti necrologici
di pregio non son privi
certuni, perché muoiono,
si sa che furon vivi.
GIOVANNI GIRAUD
Teresa al suo Giovanni:
– Ho meno età di quella ch’io dimostri?
Mi date voi trent’anni? –
Giovanni a lei: – Non ve li do, son vostri.
FRANCESCO BERNI
Giace sepolto in questa oscura buca
un cagnaccio ribaldo e traditore,
che era il dispetto, e fu chiamato Amore.
Non ebbe altro di buon: fu can del Duca.
Sonetto
FRANCESCO BERNI
Cancheri, e beccafichi magri arrosto,
e mangiar carbonata senza bere;
esser stracco e non poter sedere;
avere il fuoco presso e il vin discosto;
riscuotere a bell’agio e pagar tosto,
e dare ad altri per avere a avere;
essere a una festa e non vedere,
e sudar di gennaio come d’agosto;
avere un sassolin ‘n una scarpetta,
e avere una pulce drento a una calza
che vadia in giù e ‘n su per istaffetta;
una mano imbrattata e una netta,
una gamba calzata e una scalza;
esser fatto aspettare e aver fretta;
chi più n’ha più ne metta
e conti tutti i dispetti e le doglie:
che la maggior di tutte è l’aver moglie.
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