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IL PROBLEMA DEL PADRE: IL FIGLIO E LA MADRE
Wanax

Che cos’è il padre? Questa è una (la) domanda fondamentale che Jacques Derrida (cfr. LA FARMACIA DI PLATONE ad esempio) pone a Platone, ma chi di noi non l’ha sottoposta innanzitutto a se stesso? Il padre è un problema, lo è sempre stato, ed è un problema il rapporto del padre col figlio: e della madre, ce ne siamo forse dimenticati, dove se ne sta la madre? Non temete, il discorso non vuol prendere pieghe psicologiste, o introspettive: qui si mette in questione la metafisica del padre, il padre (della) nella metafisica. Nell’interpretazione derridiana Platone è “parricida”, cioè in conflitto con la figura del padre, anzi, essenzialmente in conflitto. Chi è il padre di Platone? Aristone, discendente di Codro, ma questi è soltanto geneticamente il padre. Di chi, o di che cosa, di tratta quando si parla del “padre” di Platone? È ovviamente un enigma articolato: preliminarmente non dimentichiamo che sotto le spoglie del padre ci sono sia Socrate che Parmenide, sempre a patto che il “padre” sia un uomo. Di questo conflitto paterno Derrida prende un esempio nel mito di Theut che conclude il FEDRO, in cui il logos scritto è detto «figlio bastardo». È notevole che in questo mito che vorrebbe condannare la scrittura si affrontano due padri: il padre della scrittura e quello della parola. La scena di famiglia inizia a profilarsi, ad emergere dal fogliame che le fa da scenario: Theut o Thot (o Ermes) è il padre della scrittura che sfida subdolamente il re degli dèi, il padre della parola Thamus o Ammone o Amon Ra; non è tutto, perché compare anche il figlio, secondo Theut, per Thamus un maledetto figlio bastardo. Qui starebbe la condanna platonica della scrittura, per voce del re, il quale non può saper scrivere, sa unicamente parlare, ma proferendo verbo, crea. Il favore pertanto è tutto per l’oralità vocale: in FEDRO 276 (d – e), infatti, Thamus elenca i “difetti” della scrittura: a) Quando s’interroga uno scritto, quello rimane “muto”, mantenendo un «maestoso silenzio», ovvero risponde sempre la stessa cosa (come il mito, «ripete senza sapere»). b) Un discorso scritto può finire nelle mani di chiunque, persino di chi non c’entra nulla, cioè di un incompetente, un “non iniziato”. La scrittura pare il mezzo per un colpo di stato democratico, poiché rende fruibile, a chiunque sappia leggere, la conoscenza, perché se la scrittura è di tutti, tutti sanno. Platone è categoricamente contrario, certo alla democrazia siccome variopinta anarchia ove chiunque vuol fare quel che non gli compete, ma in primo luogo a questa pretesa della scrittura: la scrittura non sa rendere sapiente chi già non lo sia. c) In conseguenza del suo mutismo e dell’impossibilità di selezionare i destinatari, tra i quali ci sarebbero dei dileggiatori che lo «prevaricano ed offendono», uno scritto non può difendersi. Per evitare che un logos soffra di questi tre difetti, cioè che rimanga muto, che sia disponibile a tutti, e che non possa difendersi, il logos ha bisogno di un “padre” che risponda di lui e per lui. La scrittura è vista dal Platone di Derrida come «orfana» e «bastarda»: ossia il logos scritto è senza padre. Con ciò i problemi si moltiplicano e non poteva che essere così: bisogna sondare la possibilità della metafora «padre del logos». Focolare di ogni metafora (pseudo-definizione già metaforica), “padre del logos” per Derrida non è semplicemente una metafora perché la paternità è possibile solo a partire dal logos, e non bisogna chiedersi se il logos possa avere un padre: si ha un padre solo in virtù del logos. Allora avremmo un padre unicamente in virtù della struttura di quel qualcosa che ancora ci sforziamo di chiamare «logos». Non è tuttavia maggiormente chiaro che cosa sia un padre. Derrida enfatizza la bastardaggine della scrittura riscontrando nel platonismo lo schema consueto della filosofia di assegnare l’origine ed il potere del logos al padre. Questo schema conduce all’apertura della cosiddetta metafisica della presenza (ed anche di quello che qualcuno chiamerà “fallologocentrismo” per intendere che la filosofia si è aperta nella centralità del logos – paterno – e del fallo), il cui luogo istitutivo Derrida colloca in Platone. Secondo il quale per dare vita ad un logos occorre la presenza del padre, ed il padre è presente in un logos soltanto attraverso la voce (phonè) e non attraverso la grammè (traccia, segno). Sembra che debba esserci un puro linguaggio del pensiero, il linguaggio della coscienza (l’intendersi- parlare) che godrebbe di una certa purezza, il quale può esprimersi solo in (con) un mezzo, immancabilmente “segno”: o la voce diafana oppure la scrittura spenta e opaca. Il padre, il Significato che il linguaggio della mente vuole esprimere, è presente più attraverso la voce che attraverso lo scritto. Pertanto il logos vivo è quello orale, quello smorto e sterile è lo scritto. Lo scritto è orfano perché il suo sostenitore, il sostenitore del suo Significato, suo padre, è assente, cioè è assente l’origine, ciò da cui nasce. Si direbbe che andiamo in confusione attribuendo talvolta il volto del padre al Significato, tal’altra al sostenitore del Significato, nondimeno non è sicuro che il Sole, il Significato non si sostenga da sé, non si autopresenti. Se un logos viene scritto, diventa un «monumento », un «promemoria», una «lapide» (ma le virgolette sono inutili): perde l’assistenza paterna, perde la capacità di dire la verità, muto e sterile. Derrida vede in questa perdita dell’assistenza paterna il rapporto della scrittura con un’assenza, l’assenza del padre-origine: la scrittura è sempre in relazione con questa assenza. Assenza duplice poiché lo scritto rappresenta una presenza assente ed in più la duplica, e duplicare è la reiterazione dell’assenza, ovvero la scrittura conferma la mancanza del firmatario e del referente. Ma che cos’è il padre per Platone? si chiede finalmente Derrida. «Il padre è», è ciò che è, è la presenza del Significato, della verità. La scrittura, però, non sa rispondere a questa domanda (“che cos’è?”, “ti estì?”, la tipica domanda di Socrate) che ammette un’unica risposta (“il padre è ciò che è”), poiché essa, la scrittura, ne è incapace siccome senza padre. Essa scrive che il padre non è, che non è presente, poiché un logos scritto testimonia sempre l’assenza del padre, ossia di chi deve rispondere alle domande rivolte al figlio-logos. In questo senso Derrida sostiene che Platone lascia cadere la sua sentenza contro il logos scritto, bastardo e orfano, ma non solo: anche parricida, poiché nega il padre, vorrebbe farne a meno. Ciò troverebbe conferma nel fatto che Platone non scrive fino alla morte di Socrate; ovvero fintanto che il padre non si assenta, la scrittura non sembra possibile. Per quanto paia un’inversione della relazione, perché non dovrebbe essere l’assenza del padre a causare la scrittura ma la scrittura l’assenza del padre, tuttavia in questo parricidio programmato la causa e l’effetto sono confuse: la negazione tutta scritturale del padre è anteriore ad ogni relazione di causa ed effetto. Per scrivere (prima e dopo aver scritto), deve assentarsi il sole (il padre, il capitale…), però che il sole si assenti è proprio una possibilità schiusa da un altro parricidio: quello di Socrate ai danni di Parmenide, con l’introduzione del due, cioè dell’altro, della nonverità, dell’assenza (la non-presenza). Questa possibilità introdotta da Platone impedisce che il Sole possa presentarsi da sé, cioè che la verità si lasci cogliere direttamente: Socrate, nel FEDONE, è costretto allora a intraprendere la seconda navigazione, costeggiando, adottando il logos invece dell’intuizione diretta della luce solare. Nasce la filosofia… La scrittura però snatura la vitalità del logos perché è mancante, secondaria, derivata e ribelle, non accettando l’assistenza del padre, è illegittima. Derrida iscrive Platone nella storia della metafisica della presenza ascrivendogli il tentativo di arginare l’istinto parricida della scrittura in quanto movimento che arreca assenza, che distoglie (dal)la verità presente. Questa è la sanzione platonica alla scrittura: una specie d’embargo. Se Platone condanna la scrittura, Derrida la rivaluta ma in un’altra luce, non siccome scrittura fonetica bensì come «archi-scrittura», cioè scrittura “originaria” da cui deriverebbe il linguaggio orale, che tuttavia non si rifà a nulla di originario e di presente. Questa archi-scrittura può avvalersi soltanto del continuo supplirsi delle assenze, del continuo rinvio di segno in segno, di un perenne dif-ferire – nel tempo e nell’identità – , che precede e scardina l’opposizione solo apparentemente originaria di assente/presente. Dunque Derrida può dire che la scrittura è un’origine non-origine. Siamo di fronte ad una sorta di ribaltamento della sentenza platonica contro la scrittura come negazione della presenza e come tecnica derivata: per Derrida se l’origine è scrittura, allora non c’è origine perché il segno scritturale è sempre segno-di, al-posto-di. Questa è la logica della supplenza, “più che opposta” a quella dell’identità. Platone miete delle vittime, la scrittura e gli scrittori, siccome promotori d’assenza, negatori dell’identità delle cose, maghi (tecnici) giocosi privi di rispetto per le leggi umane e naturali. Nel mito di Theut, ricordiamo, la scrittura è accostata al pharmakon, Theut presenta a Thamus il suo farmaco contro la smemoratezza dell’uomo. E non dice né «rimedio» né «veleno», poiché gli basta scrivere «pharmakon»; tuttavia Thamus che ascolta attentamente, sempre all’erta, percepisce la sottile ambiguità della sfida, il gioco mortale che lo lega al figlio che ha innanzi, il quale presenta i propri figli, tra la cui moltitudine è celata l’insidia: la scrittura. Se noi che leggiamo, leggiamo «rimedio» quando Theut scrive «pharmakon », e poi «veleno» quando ancora Thamus scrive (?) «pharmakon» (continua, FEDRO 275 a: «ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà…»), è perché immancabilmente leggiamo (?) con gli occhiali di Thamus: l’intera storia della filosofia sta con Thamus e con lui teme che Theut si sostituisca al re, si metta al suo posto, uccida il padre. Derrida cerca conferma della sua contro-sentenza ancora nel FEDRO, in quel “colpo di scena”, ove la scrittura è certamente “cattiva”, ma viene separata dalla sorella, cioè da quella legittima, figlia diretta: la «buona scrittura». Platone (276 a) parla di un «logos scritto nell’anima», cioè un logos figlio legittimo che acconsente alla presenza del padre. Guardiamo sempre dal punto di vista del padre, che sancisce la legittimità od illegittimità di un figlio, che lo riconosce o meno, nondimeno Platone s’avvede che alcuni figli non ci stanno, non accettano il sostentamento paterno, si privano del cordone ombelicale (metafora alla rovescia, siccome “materna”) che li avvince al re-sole-fonte, certo, ma li rinvigorisce, li tiene in vita e li fa germogliare. Quei figli ribelli, scritti, ricercano il distaccamento, l’erranza di chi è senza patria e senza legge, libero da ogni giustizia. Platone li vuole fuori dalla città, dal cosmos, dalle mura e dalla verità. Se il rapporto col padre è un problema, padre e figlio infatti si odiano e si amano, si riconoscono e si uccidono in una perenne contesa, che dire del rapporto con la madre? Derrida, leggendo il TIMEO, fa notare che chòra è di un terzo genere, né ciò che nasce, né ciò a somiglianza del quale si sviluppa ciò che nasce, cioè non è né l’idea né la cosa. È ciò in cui una cosa nasce, è il ricettacolo, la madre, la nutrice… che si lascia vedere soltanto in sogno e con un ragionamento ibrido, bastardo. Chòra è il luogo insituabile che tutto situa, pertanto non può essere contenuta né raccolta in alcun concetto, in alcun logos. Il terzo genere della chòra è al di là dei generi, oltre la loro opposizione, pertanto chòra sta al di là del nome e del senso dell’essere. La madre, chòra, è un problema, un altro. Chòra è (una) vergine (come può essere madre allora?) che riceve le impronte (typoi) e le figure (schemata) e dà loro luogo, cosicché non appartiene né all’ordine dell’eidos, né a quello della mimesi dell’eidos: chòra riceve e dà luogo a tutte le determinazioni senza possederne alcuna in proprio, apre così un luogo vuoto tra il sensibile e l’intelligibile. Derrida fa notare che Socrate nel TIMEO, come chòra, non appartiene ai due generi comuni, filosofi e sofisti, perché egli sfugge a questa coppia oppositiva (egli finge di appartenere a coloro che fingono di appartenere ad un luogo proprio…). Chòra, come Socrate (ostetrica che fa nascere i figli, i logoi, non sarà mai madre siccome essenzialmente sterile), allora si tira fuori dall’opposizione perché è ciò che la rende possibile, dunque non è né madre né padre, non ha alcuna essenza, ovvero la sua essenza è non averne. Solo a questo punto capiamo perché Derrida scrive “chòra” senza articolo, per intendere che non è un nome comune, che non è un concetto (logos), bensì un “nome proprio” il cui referente è vergine ed informe, è un’incognita. Come Chòra, Socrate è fondamentalmente passivo, ricevente, non sa mai nulla, ascolta: Socrate riceve il dono dei discorsi. Socrate non è chòra ma le rassomiglierebbe se essa fosse qualcuno, tuttavia si mette al posto di lei: Socrate è «colui che riceve tutto» ed è il destinatario di ogni logos. Chòra non è un genere (ghenos) perché è un unico individuo, cioè non appartiene alla razza delle donne, è a parte; è anteriore ad ogni generazione, dunque non è neppure una madre, è pre-originaria, è fuori dal tempo. Ma parlare di Chòra significa uscire dalla filosofia, perché bisogna usare un ragionamento ibrido (illogico), illegittimo perché privo di padre: la filosofia sa parlare soltanto del padre e del figlio, che è il rapporto tra il padre e la madre, tra l’eidos e Chòra. Ma di questa madre, della madre non madre, non ci dice niente… In calce: Questa lettura derridiana di Platone, però, ha qualcosa di quantomeno dubbio: se Platone sostiene il primato della phonè sulla grammè, proprio per via della vicinanza della prima alla presenza del Significato del logos puro alla coscienza, subordinando così la scrittura alla voce, assai più vicina alla verità; allora perché, nel FEDRO dopo il mito di Theut, Platone parla di una scrittura nell’anima? Forse Derrida vuol dire che Platone si contraddice, anche solo inconsciamente, sostenendo il privilegio vocale e contemporaneamente una scrittura nell’anima? Ci sono anche altri punti spinosi: in primo luogo è discutibile il fatto che Derrida attribuisca a Platone il primato della phonè a partire dalla presenza come verità. La phonè non può essere privilegiata per essere maggiormente in grado di presentare il significato del logos, perché per Platone la presenza ad una coscienza (soggetto) non è la verità. A Platone Derrida crede di poter attribuire il logos come voce dell’anima, come presenza a sé in una coscienza della verità, cioè presenza allo sguardo come eidos, presenza come ousia, presenza temporale del nun (adesso), presenza a sé del cogito e presenza immediata del significato. Nel logos si manifesterebbe la presenza, e la pura espressione del logos sarebbe la voce. Da ciò seguirebbe il privilegio del dentro (presenza alla coscienza) rispetto al fuori del corpo, della materia, dell’empirico, del significante, del vuoto involucro… Tuttavia in Platone la presenza allo sguardo, la presenza temporale, la presenza a sé del cogito cioè la presenza attraverso il soggetto, non sono la verità, bensì, semmai, l’illusione, perché la verità è solo l’idea. In secondo luogo quando Platone parla di “scrittura buona” e “scrittura cattiva”, rispetto al diverso loro servizio nei confronti del logos, per quale motivo Derrida sembra un po’ sorvolare sulla «scrittura nell’anima», che sarebbe la “buona scrittura”? Non potrebbe essere una mera metafora questa «iscrizione della verità nell’anima»? Nella FARMACIA DI PLATONE (p. 177), Derrida dice che non ci si trova di fronte ad una metafora anche se lo stesso Platone l’avrebbe potuta credere tale: Derrida sostiene che il logos vivo è designato come una “metafora” scritturale, la «iscrizione nell’anima», scrittura che però la parola viva vorrebbe escludere. Sicché si avrebbe ora l’opposizione tra buona e cattiva scrittura, ove quella buona può essere designata solo nella metafora della cattiva… Qualcosa non torna.

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