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Come la notte porta consiglio,
l’estate mi ha portato
qualche pensiero. Vorrei
condividerlo con voi.
L’ho già detto, più di una
volta: la filosofia è quella
spinta che ti fa alzare alla
mattina, che sa darti
somma gioia al risveglio e ti
lascia pensieroso prima di
addormentarti.
Capita, alle volte, di odiarla
con tutte le proprie forze, di
non voler averci più a che
fare. Come con un vecchio
amico. dapprima ti scopri a
conoscerlo, sorridendogli o
guardandolo di sott’occhio.
Poi impari a conviverci. Poi
non sai viverci senza e ti
scopri innamorato. Un giorno
capisci che quel suo piccolo
difetto, quel suo essere
uguale ed allo stesso tempo
diverso da te, ti lascia l’amaro
in bocca, fino a fartelo
odiare. Ed allora non vuoi
più vederlo.
Così è per la filosofia: c’è
l’autore che te la fa odiare,
che odi ancora di più perché
magari è morto da qualche
tempo e tu solo allora iniziavi
a conoscerlo e piangi
disperato per quella domanda
che mai potrai porgli.
Eppure ti frullava già dopo
poche righe del suo capolavoro,
quando avresti voluto
dirgli: non è così! mi rifiuto
di accettarlo!
Ed allora, impossibilitato a
dimostrargli il tuo odio, e
sentendoti paladino di un
nuovo sapere, odi tutta la
filosofia, perché ti parla del
pensiero altrui, ti offre il
canale per esprimere il tuo,
ma raramente ti offre la
risposta del tuo avversario.
La odi perché figlia della
storia del proprio tempo,
perché a volte piegata a
cose sporche, come a volte
può essere la politica, perché
ha dato lei stessa la
morte a questo o a quel
pensiero.
Poi, come guidato da una
torcia al buio che t’illumina
il cammino, comprendi. Non
era la filosofia che odiavi,
ma l’idea che se n’è data
nel corso del tempo: figlia
delle vicende e non del
sapere umano. Che, perché
umano, solo approssimato,
mai verità assoluta, ma proprio
per questo, stupendo in
ogni sua forma.
Magari l’hai odiata al Liceo,
dopo quelle notti di studio
che ti portano ad un 4 in
Cartesio, o alla lettura dei
testi di Fichte solo per fare
colpo su qualcuno e poi ti
sei detto: devo farmela piacere.
E allora ti sei buttato a
capofitto ed hai capito che
odiavi quel professore incapace
d’insegnarla e di far sì
che fossi capace di comprenderla.
Perché chi odia,
lo fa per ignoranza e così eri
tu: ignoravi la sua bellezza,
il suo fascino, la sua seduzione.
L’incanto di un pensiero,
di un uomo o di una
donna che hanno avuto il
coraggio di dar voce a quei
pensieri che nessuno aveva
la forza ed il tempo di esprimere.
La capacità di dar
voce ai senza voce.
Magari l’odiavi perché avresti
voluto essere tu “il prescelto”.
Poi, compiuto quel
cammino di studio del pensiero
altrui, doloroso e ricco
di soste come il cammino
che porta al Nirvana, hai
saputo dar vita a quegli stupendi
pensieri che erano lì,
che ti si aprivano, ma che
prima non trovavano le vesti
adatte ad uscire, che si sentivano
soli, timidi e spauriti.
Il filosofo ha il coraggio di
uscire e di gridare al mondo
la verità estrema, ma a volte
arriva troppo presto per rendere
partecipe l’uomo non
ancora illuminato dalla torcia
della scienza.
Allo stesso modo era l’uomo
con la torcia descritto da
Nietzsche: riesce a gridare
che Dio è morto e che noi
l’abbiamo ucciso. Ma è
scambiato per pazzo.
Perché, troppo spesso, l’uomo
non riconosce nemmeno
la voce della verità, e
tanto meno la riconosce
parente di ciò che ha creato
la sua carne, fino a scambiarla
con l’estraneo. E
compiere quel gesto così
primordiale, quanto innaturale:
uccidere ciò che l’ha
creato, o, ancor peggio, deriderlo.
Fino a scoprire di aver
ucciso se stesso. E di non
potere far altro che constatarlo.
Perché l’illuminazione
è arrivata tardi, e non senza
farti pagare un pedaggio. Ed
a quel punto all’uomo non
resterà altro che il rammarico
di non poterlo dire al
mondo di aver riconosciuto
ciò che ci ha dato la vita.
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