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Per quanto spesso si sia
insistito sul carattere oscuro
della “nova filosofia”, intesa
come coacervo informe e
ricolmo di elementi desunti
da ambiti differenti e connessi
in un quadro speculativo
tanto stimolante quanto
disarmonico, Bruno si dimostra,
dai primi scritti parigini
alle testimonianze più
mature, un pensatore saggio,
accorto e di estremo
rigore argomentativo: lo
testimonia, infatti, l’attenzione
con cui sorveglia il
proprio lessico, specificando
e distinguendo il senso
dall’ambito semantico dei
concetti ritenuti tradizionalmente
equivalenti. Anche
nel caso della definizione
della triade inferiore non
agisce, sic et simpliciter, il
desiderio di recuperare le
complesse suggestioni legate
alla ricchissima tradizione
poetica e filosofica che
fa capo alla Teogonia di
Esiodo: la definizione delle
tre forze che costituiscono il
fondamento inferiore della
realtà rientra piuttosto in un
movimento teorico alquanto
meditato ossia teso a preservare
la dottrina ilica elucubrata
nel “De la causa”,
superando i limiti e le ambiguità
che hanno contraddistinto
la riflessione su questo
tema. La triade inferiore
(vuoto-privazione-materia)
distingue, presentandole
come realtà autonome, tre
nozioni che comunemente
concorrono alla definizione
della materia: il motivo platonico
del “ricettacolo universale”;
la dottrina peripatetica
della privazione o
l’immagine della materia
prima.
Al carattere spesso arbitrario
della riflessione tradizionale,
che ha intrecciato e
confuso problemi diversi,
Bruno contrappone dunque
un quadro teorico di estrema
precisione che, distinguendo
la forza creatrice
della materia dalla potenza
indeterminata del “Caos” e
della brama parimenti indeterminata
dell’Orco, stabilisce
le premesse per uno
straordinario riscatto del
principio materiale: non più
interpretato come semplice
privazione, o come la
dimensione extrema in cui
l’unità originaria si disperde
nella molteplicità estesa. La
“Nox seu umbra seu materia
prima” diventa invece il
grembo fecondo da cui germinano
individui e mondi
innumerevoli.
In “La cena de le Ceneri”
Bruno si domanda “se una
è la materia delle cose in un
geno, se due sono le materie
in due
geni: perché
ancora non
determino se
la sustanza e
materia, che
c h i a m i a m o
spirituale, si
cangia in quella
che diciamo
corporale e per il contrario,
o veramente non. Cossì
tutte le cose nel suo geno
hanno tutte vicissitudine di
dominio e servitù, felicità ed
infelicità, de quel stato che
si chiama vita e quello che
si chiama morte, di luce e
tenebre, di bene e male. E
non è cosa alla quale naturalmente
convegna esser
eterna, eccetto che alla
sustanza, che è la materia,
a cui non meno conviene
essere in continua mutazione.”
Bruno sostiene la teoria dell’eternità
di una sostanza
materiale in continua mutazione,
tuttavia la permanenza
della materia non esclude
il mutamento
di tutte le
sue forme di
aggregazione
secondo la
teoria degli
opposti (vitamorte;
lucetenebre
ecc.)
Bruno è in
dubbio se questa vicenda
vicissitudinale avvenga nell’ambito
di due geni (materia
spirituale e corporea)
ovvero involga anche i due
geni e quindi “la sostanza e
materia che chiamiamo spirituale”
si cangi in quella
che si designa materiale.
Quivi si origina la riflessione
metafisica dell’opera “De la
causa” oltre a porre in essere
il dilemma teorico del
principio, della causa e il principio dell’unità.
Principio è ciò che “intrinsecamente
concorre alla costituzione
della cosa e rimane
nell’effetto, come dicono la
materia e forma, che rimangono
nel composto, o pur gli
elementi da’ quali la cosa
viene a comporsi e ne’ quali
va a risolversi”. Causa è ciò
“che concorre alla produzione
della cosa esteriormente,
ed ha l’essere fuor de la
composizione come è l’efficiente
e il fine, al qual è
ordinata la prodotta”. Il principio
è rispetto alla cosa
prodotta un termine più
generale, che concerne l’ordine
della natura. Esso
potrebbe definirsi come una
“forma formante” o “principio
formale costitutivo dell’universo”.
Mentre Bruno
seguita a ritenere con
Avicebron ed Epicuro che le
forme delle cose siano accidenti
e che quindi sia errata
tutta la metafisica aristotelica
volta a cogliere nei singoli
composti la loro struttura
essenziale, egli però attraverso
il concetto di “principio”
pone ai limiti della serie
degli accidenti due forze
intrinseche agenti, l’una
come principio intrinseco
formale e l’altro come principio
intrinseco materiale,
pur entro l’unità della
sostanza. Nella natura infatti
vi sono “doi geni di
sustanza, l’uno che è forma
e l’altro che è materia; perché
è necessario che sia un
atto sustanzialissimo, nel
quale è la potenza attiva di
tutto, ed ancora una potenza
e un soggetto nel quale
non sia minor potenza passiva
di tutto: in quello è
potestà di fare, in questo è
potestà di essere fatto”.
Sicchè non la forma e la
materia nel senso aristotelico
stanno l’una dinanzi
all’altra, ma un principio formante
ad una forza materiale.
Per quanto concerne la
forma essa è l’anima del
mondo. Gli Aristotelici seppur
parlano di forme sostanziali,
in verità le hanno identificate
con gli accidenti, la
vera forma è l’anima di ciascun
mondo. Dunque, come
è possibile concepire l’attività
della materia? Il Nolano
concepisce la materia come
“permanente attualità”.
Essa cioè non è appetizione
o defezione, ma possiede
nel suo seno tutte le possibilità.
L’universo infatti “è
tutto quello che può essere”;
certo non tutto ciò che è
possibile passa all’atto in
un singolo soggetto, perché
vi è differenza tra l’universo
e le cose dell’universo; perché
quello comprende tutto
l’essere e tutti i modi di
essere: di queste ciascuna
ha tutto l’essere, ma non
tutti i modi di essere.
Ciascuna non può attualmente
aver tutte le circostanze
e accidenti, giacchè
molte forme sono “incompossibili”
in medesimo soggetto
o per appartenere a
specie diverse.
La teoria bruniana della
materia si lega ergo alla teoria
della incompossibilità, di
ascendenza peripatetica,
tuttavia dispiegata in modo
alquanto originale tanto da
preconizzare le ulteriori elucubrazioni
leibniziane.
Bruno perviene a codesta
inferenza riflettendo sul
concetto di potenza, interpretata
come virtù ed efficacia.
Infatti le virtù non possono
essere tutte insieme
“perdeno l’uno essere per
aver l’altro, e qualche volta
confondeno l’uno essere
con l’altro e talor son diminuite,
manche e stroppiate
per l’incompossibilità di
questo essere e di quello e
occupazione della materia
in questo e quello” La nova
filosofia assurge a filosofia
della sostanza, ove due
principi, nella loro antitesi,
governano la metamorfosi
dal possibile al reale.
In antitesi ad Aristotele –
con la concezione della
materia come prope nihil –
Bruno aspira ad una nozione
di materia ben rappresentata
dalle immagini quotidinae
e “feriali” che egli
usa: “privata de le forme e
senza quelle, non come il
ghiaccio è senza calore, il
profondo è privato di luce,
ma come la pregnante è
senza la sua prole, la quale
la manda e la riscuote da
sé…”
Tende ad un’idea di materia
che, contemplandole tutte
entro di sé, “non viene a
ricevere le dimensioni come
di fuora, ma a cacciarle
come dal seno”. Sicchè
essa a ben vedere è il contrario
di quella “potenza
pura, nuda, senza atto,
senza virtù e perfezione”
della quale hanno parlato
Aristotele e i suoi adepti.
Costoro definivano “atto più
tosto la esplicazione de la
forma che la implicazione”,
ma si sbagliavano: dal
momento che “l’essere
espresso, sensibile ed esplicato
non è principal raggion
de l’attualità, ma è cosa
consequente ed effetto di
quella; sì come il principal
essere del legno e raggione
di sua attualità non consiste
ne l’essere letto, ma ne l’essere
di tal sustanza e consistenza
che può essere letto,
scranno, trabe, idolo e ogni
cosa di legno formata”.
In sintesi: Bruno mira a
mostrare che aveva ragione
David de Dinant nel sostenere
che la materia è un
“essere divino”, perché, egli
ribadisce concordando,
“quella […] che esplica lo
che tiene implicato, deve
essere chiamata cosa divina
e ottima parente, generatrice
e madre di cose
naturali, anzi la natura tutta
in sustanza”.
A questa concezione della
materia il Nolano giunge al
culmine di una serrata
discussione incardinata
nella messa in questione
della identità di «materiale»
e di “corporeo” e nella
messa a fuoco di una materia
universale – e incorporea
– che è al tempo stesso
fondamento sia del corporeo
che dell’incorporeo.
L’insuperabile struttura dialettica
del discorso speculativo,
con cui la stessa metafisica
viene elaborata, non
può alla fine non trasferire i
suoi termini costitutivi, quali
potenza e atto, materia e
forma, molteplicità e unità,
dal finito all’infinito: traslate
all’infinito tutte queste
opposizioni si risolvono in
coincidenze e allora viene
meno una metafisica come scienza dell’essere in quanto
essere e come logica
generale delle misure
immutabili è suggellata.
Infatti all’infinito nessuna
determinata molteplicità
sussiste ma, dissolvendosi
nelle sue differenziazioni
fino al loro annullamento, si
riduce all’unità. Con la nova
filosofia si consuma (come
scrive Aldo Masullo in
Metafisica, p.130) finalmente
“la vendetta di
Parmenide contro
Aristotele: “Non fia difficile o
grave di accettar al fine che
il tutto, secondo la sostanza,
è uno, come forse intese
Parmenide, ignobilmente
trattato da Aristotele”.
Aristotele forgiando la metafisica
in veste di logica
generale delle immutabili
misure, numericamente finite,
aveva tentato di ricondurre
la spiegazione dei
fenomeni fisici non alle
occasionali relazioni degli
enti corporei, ma all’assoluta
essenza di ciascuno di
essi, adulterando così la
relatività degli eventi spazio
- temporali con l’assolutezza
logica.
Per Aristotele non è in virtù
di certe relazioni costanti
che vengono definiti i membri
delle relazioni, ma al
contrario la natura, la j?siV
e l’idea, il luogo “in sé” e il
corpo, l’elemento “in sé”,
determinano la costruzione
architettonica del cosmo e,
in questo, la forma dell’accadere.
In Bruno, invece, Mercurio
in terra, risorge il veto parmenideo,
proclamando che
l’ordine della pura riflessione
logica e l’ordine dell’informazione
empirica sono
incommensurabili, ciascuno
di essi godendo di una propria
irriducibile autonomia:
“Non è armonia e concordia
dove è unità, dove un essere
vuole assorbir tutto l’essere;
ma dove è ordine e
analogia di cose diverse,
dove ogni cosa serva la sua
natura. Pascasi dunque il
senso secondo la sua legge
de cose sensibili, la carne
serva alla legge della carne,
il spirito alla legge del spirito,
la raggione a la legge de
la raggione: non si confondano,
non si conturbino.
Basta che uno non guaste o
pregiudiche alla legge de
l’altro, se non è giusto che il
senso oltragge alla legge
della raggione. E’ pur cosa
vituperosa che quella tirannegge
su la legge di questo,
massime dove l’intelletto è
più peregrino e straniero, ed
il senso è più domestico e
come in propria patria”.
(Dialoghi italiani,1020)
La scoperta filosofica dell’infinità
dell’essere non
significa altro se non che
nessuna forma di ente è
l’essere.
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