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Le scoperte scientifiche che negli ultimi
decenni del XX secolo hanno interessato la genetica e la
neurofisiologia, e le prospettive aperte dalle recenti realizzazioni
nel campo dell’intelligenza artificiale, pongono con
forza l’esigenza di ripensare radicalmente il rapporto
tra scienza ed etica, sotto la spinta del dubbio che quest’ultima
si avvii a perdere la funzione di orientamento che aveva
all’interno della nostra vita.
Si tratta di un tema raramente affrontato nelle sue implicazioni
più profonde sia dai filosofi che si occupano di
etica, tuttora persi nelle loro disquisizioni pseudo-teologiche,
sia dagli scienziati, i quali tendono in genere a offrire
soluzioni piuttosto sbrigative e superficiali ad esso.
In estrema sintesi, l’etica trae il proprio fondamento
dalla concezione, derivante da una tradizione millenaria,
secondo la quale l’uomo, benché dotato di un
corpo fisico, non si esaurisce in questo, ma ha in sé
“qualcosa di più” che lo distingue dagli
oggetti inanimati e da tutti gli altri esseri viventi che
popolano il nostro pianeta. Questa componente aggiuntiva,
qualificata dalle diverse religioni come “anima”
o “spirito”, è ciò che, per lungo
tempo, è stato posto alla base dell’unicità
e dell’irripetibilità di ogni individuo umano.
Ed è la stessa componente, presente sullo sfondo
della nostra cultura in forme sempre più attenuate
e ormai quasi inconsapevoli, che continua ad alimentare
l’idea che la scienza debba in qualche modo essere
sottoposta a vincoli di natura etica.
Qualcuno, nel tentativo di trovare soluzioni “laiche”
al problema di giustificare il posto privilegiato che l’uomo
si è attribuito nell’universo, ha proposto
di considerare l’autoconsapevolezza come caratteristica
capace di fare la differenza1: l’autoconsapevolezza,
definita come la capacità di riflettere su se stessi
e di vivere, sperimentandole in prima persona, sensazioni
ed emozioni. Si tratta tuttavia di un tentativo assai debole,
che non è in grado di superare un esame appena un
po’ approfondito. In primo luogo, non abbiamo alcuna
certezza che alcuni animali, relativamente vicini a noi
nella scala evolutiva, come ad esempio gli scimpanzè,
non posseggano un qualche grado di autoconsapevolezza (da
alcuni esperimenti sembrerebbe anzi il contrario). In secondo
luogo, come vedremo più avanti, non possiamo negare
in assoluto che un giorno, forse non lontano, l’uomo
riesca a realizzare degli artefatti cibernetici dotati delle
sue stesse capacità e attitudini.
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