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Io sto con i Verdi
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ESISTENZIALISMO CIBERNETICO
Analisi critica del senso di riproduzione nelle macchine intelligenti
|
di: Giuseppe
Bonaccorso |
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Questo articolo nasce da un dialogo con
un mio caro amico psicologo, Giuseppe Umana, che, sempre
con grande acume e spirito critico, ha messo in evidenza
alcuni aspetti fondamentali della moderna intelligenza artificiale
confrontandoli con i cardini su cui poggia il substrato
stesso della vita da cui tale disciplina prende inevitabilmente
spunto. In particolare egli mi ha fatto notare che mentre
il genere umano è spinto da un fortissimo istinto
– da ascrivere non alla lunga lista di pulsioni più
o meno evolute, ma piuttosto alla base filogenetica dell’esistenza
stessa – di conservazione, una macchina intelligente,
per quanto ben progettata, non avrebbe ragioni valide per
porsi il medesimo obiettivo. La mia reazione immediata fu
quella di pensare alle inevitabili avarie che i componenti
elettronici o meccanici avrebbero subìto nel tempo
e quindi, di primo acchito, gli risposi che la conservazione
della specie (intesa come gruppo con caratteristiche analoghe)
sarebbe comunque risultata necessaria per evitare una distruzione
progressiva degli elementi membro; tuttavia, riflettendo
con più serenità, mi sembra ovvio che il problema
del guasto e della sua risoluzione è lungi dall’essere
una condizione necessaria che può realmente permettere
di parlare di “istinto di conservazione”. Il
motivo è molto semplice e la spiegazione non può
che essere ispirata alla realtà umana: se io mi fratturo
un braccio una lunga serie di stimoli endogeni, tra cui
spicca certamente il dolore, mi segnala che nel mio corpo
si è verificata una condizione nociva e pericolosa
e che quindi io devo immediatamente porre rimedio.
Qualunque persona ragionevole sarebbe “costretta”
dallo status quo a recarsi in ospedale per affrontare le
cure necessarie; a questo punto mi sembra chiaro che non
c’è ragione per cui una macchina non possa
fare lo stesso, anzi, al giorno d’oggi è raro
trovare sistemi elettronici e/o meccanici che non prevedano
uno schema di auto-diagnosi dei guasti e non è assolutamente
irreale pensare a macchine che siano in grado di adottare
comportamenti sulla base di controlli adattativi che sono,
a loro volta, in grado di operare le scelte migliori sulla
base di un certo numero di variabili interne e ambientali.
Insomma, il problema della diagnosi automatica e della riparazione
dei guasti è normale routine in quasi tutti i campi
dell’ingegneria tecnologica, ma nessuno ha il coraggio
di affermare che il proprio computer, quando segnala una
temperatura eccessiva del processore, sta in qualche modo
ostentando il suo desiderio irrefrenabile di avere progenie,
semmai esso si preoccupa (più o meno intenzionalmente)
di salvaguardare l’integrità delle sue strutture
vitali al fine di evitare tutt’al più l’inconveniente
economico di una riparazione.
Per l’uomo la situazione è certamente diversa:
egli non vede nella riproduzione un mezzo di auto-riparazione
(cosa d’altronde assurda), ma una condizione necessaria
dell’esistenza che solo a posteriori noi possiamo
definire in termini macroscopici; infatti il concetto di
accoppiamento con fini riproduttivi non è insito
nella politica sociale di una comunità, ma si riscontra
inevitabilmente in ogni singolo membro di essa quasi come
se fosse un bagaglio culturale innato. Naturalmente nel
dire ciò non desidero che il lettore pensi che io
sostenga la tesi dell’innatismo con troppa leggerezza,
sono infatti convinto che la consapevolezza di poter generare
un essere umano nasca innanzi tutto dalla conoscenza, più
o meno profonda, della copulazione e quindi, in ultima analisi,
è essenziale che ogni elemento di un gruppo sia primariamente
in grado di distinguere i membri compatibili con l’accoppiamento
dagli altri. A meno di non prendere in considerazione la
situazione paradossale dell’ermafroditismo generale,
mi sembra ovvio che il singolo può acquisire consapevolezza
solo se posto all’interno di un contesto adeguato.
Dal mio punto di vista – quello di un progettista
di macchine intelligenti - la necessità della continuazione
della specie non rappresenta di certo un fattore di primaria
importanza, ma è comunque interessante, nell’ottica
di una coscienza artificiale, analizzare quali requisiti
dovrebbe avere una macchina per poter manifestare apertamente
il desiderio di progenie.
Innanzi tutto, come ho già detto, io considero questa
tendenza, seppur individuale, come se fosse una proprietà
emergente di un gruppo socialmente formato: in altre parole,
secondo me è quasi impossibile valutare il grado
di interesse verso la riproduzione di un individuo a meno
di non contestualizzare l’esistenza di quest’ultimo.
Seppur banale, questa tesi mette in evidenza la necessità
di osservare la realtà in un complesso che include
lo stesso osservatore come parte integrante e perciò
sposta il punto di vista dalla pura psicologia alla più
generale sociologia; dando per valido che sia la specie
a voler continuare la sua esistenza, si distrugge il mito
di un superuomo capace di rappresentare perfettamente il
macrocosmo ove egli si trova. Ovviamente ciò non
significa che l’individuo acquista la capacità
di riproduzione, ma piuttosto che tale peculiarità
viene “risvegliata” dalla continua interazione
tra membri di una comunità. Solo per queste ragioni
io mi sono permesso di trattare il problema come se l’agente
attivo, che sia uomo o macchina non ha molta importanza,
è tale se e solo se esistono altri omologhi compatibili
con esso e consapevoli della mutua esistenza. Tuttavia,
è bene precisare, che una volta operato tale processo,
l’identità singolare perde parte del suo valore
costitutivo per garantire alla comunità quella compattezza
necessaria affinchè essa non si sfaldi in sottogruppi
sempre più piccoli e raggiunga infine l’estinzione;
anche per questo motivo è molto più conveniente
descrivere l’istinto di conservazione come proprietà
emergente di un sistema per cercare di comprendere quali
fattori locali e globali possono realmente influenzarla.
Una macchina, presa singolarmente, ha un’esistenza
estremamente limitata: essa può operare secondo quanto
prescritto dagli algoritmi di progetto, oppure può
evolversi in modo abbastanza casuale dando vita ad una dinamica
temporale inizialmente ignota e definibile solo in termini
probabilistici ; in ogni caso essa non potrebbe mai oltrepassare
la soglia che separa l’individualità dalla
consapevolezza di appartenenza ad un qualsivoglia contesto.
Un sistema intelligente isolato può quindi essere
solo potenzialmente in grado di avere coscienza, ma, non
disponendo della larga gamma di stimoli esogeni caratteristici
dell’uomo, esso “vivrà” la sua
vita con la consapevolezza intrinseca dell’unicità
della stessa. Esso sarà un atomo in un universo privo
di qualsiasi forza agente tra tali particelle e quindi,
da un punto di vista prettamente esistenziale, questi avrà
pieno diritto di ritenere sè stesso l’universo,
limitando inconsapevolmente ogni possibilità di esperire
realtà differenti e di maggiore portata. E’
quindi assolutamente impossibile che la macchina isolata
possa manifestare un comportamento di interesse verso la
riproduzione a fini conservativi, ma cosa accade quando
si crea un contesto ove sono presenti più agenti
intelligenti ? Per rispondere a tale domanda dobbiamo fare
un piccolo esperimento virtuale: supponiamo di creare un’arena
tridimensionale ove sono posizionati alcuni robot liberi
di muoversi ed interagire tra di loro; ad esempio uno di
essi potrebbe chiedere agli altri dove si trova un certo
oggetto e ricevere risposta da colui o coloro che hanno
per primi localizzato l’obiettivo. Non ha importanza
il tipo di interazione, quello che conta davvero è
che ogni singolo robot sia percettivamente attivo e idoneo
alla comunicazione secondo un qualsiasi protocollo. Assumiamo
inoltre che ogni sistema abbia incorporato un dispositivo
di controllo che effettua un monitoraggio continuo delle
funzioni “vitali” del robot e segnali per tempo
quando una parte di esso si trova in condizioni prossime
all’avaria; in questo modo stiamo partendo dal presupposto
che il singolo agente è progettato in modo da avere
consapevolezza sia dei suoi limiti, sia dei danni che le
sue strutture possono subire, quindi abbiamo inconsapevolmente
imposto la condizione che ogni membro della piccola comunità
possiede una coscienza esistenziale che lo porta ad agire
tenendo conto delle limitazioni intrinseche. Da un punto
di vista progettuale è anche possibile (e auspicabile)
che un robot “malato” adotti tutte le misure
di emergenza necessarie affinchè i suoi danni possano
essere riparati e ciò conferma ancora una volta l’intenzionalità
del comportamento dell’agente: esso vuole continuare
la sua vita e, in un certo senso, “teme” la
terminazione della stessa. Anche se ciò può
apparire paradossale bisogna tenere presente che non esiste
alcuna giustificazione metafisica al desiderio di vivere:
ogni persona cerca di conservarsi e ha paura della morte
solo per ragioni puramente culturali . Non è quindi
assurdo pensare di programmare un robot affinchè
esso desideri la vita, esattamente come è del tutto
normale che si insegni ad un bambino a non correre determinati
rischi perchè potrebbero causargli gravi lesioni;
ciò che invece è molto importante è
l’eventuale consapevolezza insita nella transizione
da uno stato generale di vita ad uno che è il suo
contrario logico. L’istinto alla continuazione della
specie prende forma proprio da questo fattore e si sviluppa
sulla base di considerazioni che possono collocarsi nella
sfera del sociale, come la generale utilità della
funzione svolta da ogni membro, l’affiliazione che
scaturisce dai rapporti sinergici o, semplicemente, il desiderio
personale di mantenere la propria presenza in funzione del
valore sia dell’individuo stesso che delle sue opere.
Alla base di tutto, quindi, si pone il concetto fondamentale
dell’unitarietà, ovvero dell’impossibilità
di sostituirsi a sè stessi attraverso clonazione:
è questa l’energia viva che alimenta la più
profonda delle pulsioni, la salvaguardia del sè.
Tuttavia, come è chiaro a chiunque, questo bramoso
desiderio è contrastato costantemente dalla percezione
cosciente dei limiti strutturali e funzionali del substrato
che regge ogni attività cosciente, si crea quindi
una lotta tra il volere e il non potere, che ahimè
non può che tendere sempre verso il secondo contendente.
Grazie alla razionalità ogni persona si rende conto
che deve avvenire prima o poi una transizione e che tale
momento sarà unico, irripetibile e soprattutto irreversibile;
quando ciò accade il predominio della ragione svela
la sua arma più temibile contro ogni forma di limite:
la riproduzione. Abbiamo perciò tre fasi distinte:
1) la conservazione del sè, 2) la constatazione dei
naturali decadimenti delle cellule, 3) la sopraffazione
di questi ultimi attraverso la procreazione di nuovi membri.
E’ molto importante che il lettore faccia attenzione
alla necessità di tutte e tre le parti del processo
poichè non sarebbe spiegabile altrimenti nemmeno
il ricorso all’emergentismo prima menzionato: solo
all’interno di una comunità è attuabile
il passaggio dalla seconda alla terza fase, seppur è
innegabile che ogni singola entità pensante debba
necessariamente concordare con la triade. Apparentemente
questo può sembrare un controsenso, ma se analizziamo
gli andamenti demografici di una città e contemporaneamente
cataloghiamo le idee personali in fatto di accoppiamento
scopriamo subito che, mentre la popolazione media si mantiene
pressochè costante – a fronte di normali fluttuazioni
–, moltissime persone non hanno il benchè minimo
desiderio di procreare o, perlomeno, esse non programmano
tale evento come primario e fondamentale per la loro stessa
esistenza !
Spostiamoci adesso nel campo delle macchine e riprendiamo
il nostro esperimento virtuale: per quanto affermato, l’unico
modo di verificare la presenza di un certo istinto di conservazione
è quello di valutare il grado di consapevolezza che
ogni robot può avere della triade sopra esposta;
il primo punto è sicuramente garantito dai sistemi
automatici di diagnosi dei guasti e perciò possiamo
essere certi che il “sè robotico” è
salvaguardato in modo costante e sufficientemente efficiente.
Il secondo punto è forse più critico, ma anche
in questo caso il problema può essere aggirato considerando
nella progettazione un dispositivo di valutazione della
bontà dei componenti che funzioni basandosi sul cosidetto
MTBF, ovvero Medium Time Before Failure (Tempo medio prima
dell’avaria); questo parametro è caratteristico
di ogni artefatto umano anche se solo una corretta ingegnerizzazione
dei processi può permetterne una stima accurata,
ad esempio, ogni lampadina possiede un MTBF, ma è
molto difficile che esso venga calcolato per una sedia o
per un tappetino da bagno, tuttavia è bene tenere
presente che qualsiasi oggetto va incontro a deterioramenti
e quindi è sempre potenzialmente possibile pervenire
ad una stima della vita media di ogni elemento. Nel caso
umano la questione è molto più semplice in
quanto esistono diverse organizzazioni sia nazionali che
internazionali che calcolano periodicamente il valore del
MTBF umano e la sua diffusione è così capillare
che ogni persona molto spesso acquista consapevolezza dell’età
proprio rapportandosi al valore medio prescritto dalle tabelle
statistiche...
Non è assolutamente vero che a 75 anni un uomo è
in procinto di morire, ma è certamente vero che mediamente
in una popolazione il numero di decessi nella fascia di
età compresa tra i 70 e gli 80 anni ha una percentuale
nettamente maggiore rispetto a qualsiasi altra. Con ciò
voglio dire che il secondo punto della triade è influenzato
sia da fattori endogeni (principalmente la comparsa di patologie
degenerative senili), ma anche dalla diffusione culturale
di informazioni emergenti solo a livello comunitario e difficilmente
ottenibili attraverso analisi locali. Ancora una volta l’emergentismo
sembra farla da padrone e ciò potrebbe gettare in
cattiva luce quanto detto in proposito delle macchine, tuttavia
la differenza sostanziale che sussiste tra gli esseri umani
e i sistemi artificiali è proprio relativa alla capacità
di autovalutare lo stato dei propri componenti: un robot
ben progettato – possibilmente in modo multi-modulare
– potrebbe, in linea di principio, controllare il
numero totale di unità attive e confrontarlo con
quello delle controparti ormai inutilizzabili, sulla base
di questa ossservazione la macchina è in grado di
operare un numero sufficiente di stime e pervenire ad un
MTBF individuale. Se poi consideriamo i fattori di omogeneità
(stessi componenti, stesso ambiente, stesse cause di usura),
utilizzando con una certa licenza il teorema del limite
centrale possiamo dire che il valore dello MTBF è
distribuito secondo una gaussiana caratterizzata da un valore
medio e da una precisa varianza: gli stessi parametri che
portano l’ISTAT o qualsiasi altro ente di statistica
a definire le fascie di età a maggior rischio di
decesso.
Chiarito questo punto arriviamo alla questione più
cruciale: il culmine della triade, la riproduzione a fini
conservativi. Abbiamo detto che la spinta umana verso la
procreazione scaturisce da fattori in genere legati alla
persona e alle sue opere, in un certo senso potremmo affermare
che il desiderio (innato) di continuazione indiretta è
il compromesso finale della triade e perciò la sua
portata esistenziale è la reale chiave di volta dell’intero
processo vitale di un organismo. Nella nostra arena piena
di robot che vivono interagendo tra di loro e con l’ambiente,
e possibilmente portando a termine anche un certo numero
di compiti particolari, esiste questa chiave di volta ?
Per rispondere bisogna assumere la posizione del programmatore
che simula mentalmente il comportamento degli organismi
artificiali: supponiamo che il robot 1 sia impegnato in
un certo lavoro e d’un tratto si accorga che i suoi
servomeccanismi che controllano la locomozione siano andati
in avaria, esso si trova quindi costretto a fermarsi e cercare
aiuto. Nell’ipotesi peggiore il danno meccanico potrebbe
essere stato causato da un cortocircuito nei sistemi elettronici
che, a loro volta, si sarebbero potuti danneggiare irreparabilmente;
supponiamo tuttavia che una piccola parte di moduli sia
ancora attiva e proprio questa determina una condizione
interna che potremmo definire “agonia”. Può
realmente la macchina prefigurarsi tale stato ? Il passaggio
dal funzionamento all’avaria è necessariamente
binario, ovvero esisterà sempre un istante prima
del quale il robot sarà ancora, anche se minimamente,
funzionante, e dopo il quale tutti i suoi sotto-sistemi
saranno privi di alimentazione e incapaci di svolgere qualsiasi
funzione; la successione di stati interni dovrà quindi
necessariamente terminare e il passaggio dall’ultimo
stato attivo alla mancanza totale di stati sarà perfettamente
uguale al passaggio tra due qualsiasi altri stati precedenti.
In altre parole, il robot non potrà mai avere coscienza
del “trapasso” e valuterà sempre la sua
condizione, seppur disperata, come un guasto generale che
deve essere aggiustato prima di poter riprendere le sue
mansioni. Ma supponiamo comunque di “forzare”
la conoscenza del robot informandolo che i suoi problemi
non hanno soluzione e, tutt’al più egli potrà
dar vita a nuovi organismi attraverso un qualche meccanismo
di riproduzione (il più banale parte dallo smantellamento);
ancora una volta si pone il problema di osservare la configurazione
di stati interni dopo questa tragica comunicazione: è
visibile un qualche segno particolare che ci informi sull’eventuale
consapevolezza acquisita dal robot ? La risposta è
negativa e il motivo è alquanto banale: il sistema
non può immaginare nè in modo analitico, nè
tantomeno in modo figurato come per le EPM, uno stato la
cui caratteristica è quella di non poter esistere
!
Da ciò possiamo dedurre che il robot non può
pensare intrinsecamente la morte e quindi la triade non
può chiudersi. Non ha alcuna importanza quale valore
il robot attribuisca a sè stesso e al suo lavoro,
perchè comunque ciò che conta è il
rapporto tra l’essere in un determinato punto spazio-temporale
e il non poter essere nè lì nè altrove;
quando si verifica questa situazione si ha la consapevolezza
di un continuo che deve in qualche modo spezzarsi, ma se
tale evenienza è bandita dalla dinamica funzionale
stessa, allora risulta impossibile qualsiasi prefigurazione
di totale assenza di vita. Se quindi si cercano le radici
dell’istinto di conservazione nel compimento della
triade, è più che evidente che una macchina
non potrà mai contemplare uno stato interno autonomo
che la spinga verso un qualche processo di riproduzione
– ammettendo, naturalmente, che esso esista e sia
attuabile -, a meno che non si programmi (nel senso più
algoritmico e letterale del termine) la stessa per far fronte
ad una serie di nuovi assemblaggi. In questo caso, che apparentemente
potrebbe lasciar trasparire la proprietà emergente
della procreazione, le macchine adotterebbero un comportamento
molto simile a quello di una comunità umana, ma ciò
non sarebbe altro che una pura illusione poichè non
ci sarebbe più alcuna ragione di far riferimento
ad istinti o pulsioni in quanto ogni forma di tacita consapevolezza
verrebbe inevitabilmente a mancare.
In conclusione vorrei ricordare al lettore che la mia analisi
è basata essenzialmente sulla comparazione tra gruppi
di esseri umani e gruppi di robot intelligenti, tuttavia
non ho definito in alcun punto dello scritto che cosa io
intenda per intelligenza applicata alla macchina. Ebbene,
per quanto questa mia mancanza possa essere causa di polemiche
e critiche, vorrei precisare che il concetto stesso di intelligenza
è definibile solo a partire dallo studio dell’uomo,
tutte le estensioni che vengono attuate dall’etologia
o dall’ingegneria non possono non tenere sempre presente
il modello base che è fonte sia di ispirazione (per
quanto riguarda gli aspetti progettuali), sia di studio
costante al fine di valutare quali parametri – se
ne esistono – appartengono in modo esclusivo al genere
umano e quali altri invece sono comuni a famiglie di organismi
più eterogenee. Se partiamo da questo presupposto
il valore da attribuire alla parola robot intelligente è
alquanto arbitrario, poichè limitato dalla considerazione
che il comportamento in esame (l’istinto di conservazione)
non è una prerogativa solo dell’uomo, ma appare
evidente in tutte le specie animali; la nostra macchina
può essere una qualsiasi struttura artificiale in
grado di possedere stati interni e, solo per motivi di maggiore
similitudine con gli esseri viventi, dotata anche di un
apparato percettivo bivalente, cioè in grado di cogliere
flussi informativi provenienti sia dall’esterno (sensori
esterocettivi) che dall’interno (sensori propriocettivi)
e di un sistema di locomozione-interazione che permetta
al robot di entrare in pieno contatto con l’ambiente-contesto
precostituito. Qualsiasi altra accezione della parola “intelligente”
è sempre ben accetta, ma non può essere presa
in considerazione nel nostro esame al fine di non commettere
l’errore sopra accennato di scambiare un processo
algoritmico voluto dall’esterno con una qualsiasi
forma di decisione presa sulla base delle considerazioni
esistenziali riassunte nella triade.
NOTE A PIE' PAGINA
1 Per contatti: http://digilander.libero.it/giuseppe_bonaccorso
2 Per comprendere quest’ultimo punto pensate ad un’ipotetica
e fantasiosa macchina basata sul moto browniano di un gruppo
di particelle – ad esempio il fumo di una sigaretta
-, anche se ciò è realmente paradossale, secondo
la teoria computazionale di Turing è possibile definire
calcolatore intrinsecamente digitale qualsiasi mezzo a cui
sia possibile attribuire una serie finita di stati e quindi,
anche se a fronte di uno sforzo intellettuale non indifferente,
non è del tutto erroneo pensare che un sistema appartenente
al dominio della meccanica statistica possa, in qualche
modo, essere visto come una vera e propria macchina.
3 Da questo punto di vista sarebbe possibile fare un lungo
discorso sulle radici religiose, sociologiche e psicologiche
del desiderio di vita, ma ciò non soltanto non spetta
a me, ma esula del tutto dagli obiettivi di questo scritto.
Tuttavia è interessante notare come non esista una
reale differenza tra la coscienza della vita e quella della
morte, ovvero come il nostro cervello tratti in modo molto
similare sia l’una che l’altra realtà.
Molti esperimenti sulle cosidette EPM – Esperienze
pre Morte – hanno dimostrato che la grande quantità
di immagini, suoni e sensazioni descritte da pazienti usciti
da uno stato di coma profondo, siano correlale con la tendenza
cerebrale di processare le informazioni in modo continuo.
Quando un paziente diventa cosciente del suo decesso incipiente
il suo cervello, che opera tradizionalmente in modo anticipatorio,
si trova a dover affrontare un grosso paradosso, ovvero
esso deve immaginare uno stato mentale impossibile in quanto
generabile solo da un individuo morto. Tuttavia, per i nostri
scopi, a noi interessa solo prendere in considerazione lo
stato di allerta che un pericolo interno – una malattia
in senso lato – può e deve generare.
4 Il teorema del limite centrale afferma che il limite all’infinito
di una somma di variabili aleatorie uniformemente distribuite
tende ad una gaussiana. Su questo teorema si basa ogni stima
di età media: considerate una popolazione di 50 milioni
di individui - questo numero è sufficientemente alto
da giustificare il limite all’infinito -, ogni individuo
ha una vita compresa ad esempio tra 0 e x anni dove x è
una variabile aleatoria. Ad esempio si potrebbero considerare
i casi [0,80], [0,78], [0,83],[0,50], etc. Sommando statisticamente
tutte queste distribuzioni si ottiene una funzione densità
di probabilità a campana (detta gausssiana) con un
picco sul valor medio e un appiattimento tanto più
marcato quanto più alto è il numero di valori
x diversi (varianza).
5 Sinceramente non credo, riferendomi a quest’ultima
affermazione, che esistano prove scientificamente valide
sulla “pensabilità intrinseca” della
morte da parte degli esseri umani e quindi in questa sede
non assumerò nessuna posizione al riguardo. D’altronde
per i nostri scopi ciò ha un’importanza solo
relativa poichè le macchine che vogliamo trattare
non dovrebbero necessariamente essere basate su meccanismi
psicologici analoghi a quelli umani.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
[1] Schroedinger E., Che cos’è la vita ?, Adelphi
[2] Heisenberg W., Fisica e Filosofia, Il Saggiatore
[3] Von Neumann et alt., La Filosofia degli Automi, Boringhieri
[4] Bonaccorso G., Il significato e la stanza cinese, Articolo
sottomesso a www.portalefilosofia.com
Il testo completo lo puoi scaricare - per una comoda lettura
- cliccando sul link poco sotto. Per commenti, suggerimenti
o domande puoi contattare l'autore, Giuseppe Bonaccorso,
scrivendo al suo indirizzo email: giuseppe_bonaccorso@tiscali.it.
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