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Perché il film di Steven Spielberg è stato denominato
A.I., ossia intelligenza artificiale? Sicuramente il regista
americano e gli esperti di marketing hanno attribuito al
nome A.I. un valore evocativo che ha radici più nella scienza
che non nella fantascienza. Avrebbero potuto chiamarlo CyberPinocchio
o Cyberkid. Avrebbero potuto utilizzare uno dei tanti termini
che la fantascienza ha messo a disposizione della letteratura:
androide, robot e replicante. Invece hanno preferito appoggiarsi
a un termine che ha avuto così tanto successo negli ultimi
decenni: un termine che evoca la possibilità di costruire
macchine (o sistemi) intelligenti. Sarebbe bastato che Spielberg
avesse chiamato il film A.C., ossia Artificial Consciousness,
e il film stesso avrebbe potuto avere un grosso impatto
sulla storia delle idee. Invece di sancire la consacrazione
della fine di una fase culturale, avrebbe potuto aprirne
un'altra. La storia della letteratura fantastica e della
fantascienza si basa sul fatto che gli esseri artificiali
abbiano coscienza, non che siano intelligenti, cioè che
siano soggetti. A cinquant'anni di distanza dalla pubblicazione
di 'Io, robot' di Isaac Asimov, sarebbe stata un'ottima
occasione di parlare di coscienza artificiale.
Nella letteratura del fantastico gli esseri artificiali
sono sempre stati dotati di coscienza; i loro autori non
si sono preoccupati dell'intelligenza delle loro creature
ma della loro capacità di essre soggetti autonomi di decisioni
e obiettivi. Frankenstein di Mary Shelley, i robot di Karel
Capek (1920) e quelli di Isaac Asimov sono tutti dotati
di corpi e di coscienza. Solo Stanley Kubrick riuscirà a
proporre un essere artificiale, privo di corpo ma dotato
di coscienza ed emozioni similumane: HAL, il computer intelligente
del film 2001 Odissea nello spazio. E forse proprio il film
2001 Odissea nello spazio avrebbe dovuto essere denominato
A.I., poiché in esso HAL personifica il vero grande interprete
delle speranze riposte nella disciplina "intelligenza artificiale"
che solo un grande genio come Kubrick poteva pensare di
proporre, nelle sale cinematografiche, privo di corpo.
Uno dei primi personaggi artificiali dotati di coscienza
presenti nella letteratura e non formati da materiale biologico
è stato Pinocchio. Il personaggio di Collodi propone una
struttura di legno che in un primo momento percepisce il
dolore e solo successivamente, dopo aver interagito con
l'ambiente, acquista lo statuto di persona. Il suo esserci,
la sua coscienza fenomenica è dunque precedente al suo sviluppo
cognitivo. In altri casi, al contrario, la creatura artificiale
nasce già dotata di una potente capacità elaborativa, ma
raggiunge lo status di persona, reale e riconosciuta, solo
dopo lunghi anni di interazione con soggetti umani. E' il
caso de l'uomo bicentenario di Asimov e dell'androide Data
in Star Trek. Al contrario, Frankenstein è l'assemblaggio
di organi biologici i robot di Karel Capek sono costituiti
da "protoplasma vivente"; ma ciò che conta in loro è che
la loro esistenza è l'effetto della volontà prometeica dei
loro creatori umani di produrre un essere a loro immagine
e somiglianza. Non è importante il materiale di cui sono
fatti: è un costruttore, umano e quindi fattibile, a essere
la loro causa formale ed efficiente, e tanto basta.
Dall'intelligenza artificiale alla coscienza artificiale
Fin dall'anno della sua creazione, il 1956, il termine intelligenza
artificiale sottolineò l'aspetto costruttivista della relativa
disciplina. A volte i cultori dell'intelligenza artificiale
si sono posti l'obiettivo conoscitivo di capire il funzionamento
di menti e cervelli biologici, ma solo al fine di avere
suggestioni e suggerimenti. Quando non l'hanno fatto sono
rientrati nell'alveo di altre discipline quali la psicologia,
la filosofia, la biologia, le scienze cognitive. La parola
artificiale non è un semplice aggettivo, bensì implica un
programma di lavoro di tipo ingegneristico nel settore della
progettazione e costruzione di esseri artificiali dotati
di intelligenza.
Negli anni Settanta c'e' stato il tentativo di far percorrere
due diverse strade alla robotica industriale e all'intelligenza
artificiale. La robotica avrebbe dovuto costruire i corpi;
l'intelligenza artificiale avrebbe dovuto interessarsi di
menti. Poi, una volta sviluppati corpi e menti artificiali,
si sarebbero potuti combinare per dare luogo a un essere
similumano. L'obiettivo iniziale della cibernetica, la creazione
di un soggetto artificiale a immagine e somiglianza del
nostro essere soggetti coscienti, è stato così indefinitamente
posposto nel tempo, e subordinato allo sviluppo propedeutico
di altri moduli e sottoinsiemi (sia meccanici che logico-cognitivi)
che si ritenevano necessarie fattibili.
A differenza del termine consciousness, il termine intelligenza
ha, di fatto, un'accezione utile ed economica. A differenza
di quello che succede per caratteristiche dell'essere umano
quali sentimenti, emozioni e, in genere, attività legate
a un pensiero vago e poco produttivo (che solo gli esseri
umani possono permettersi), l'intelligenza artificiale ha
sempre avuto successo per gli aspetti applicativi: nell'area
informatica, nell'analisi del linguaggio, della scienza
cognitiva e dei sistemi esperti. Molto si è scritto negli
ultimi anni sull'argomento della coscienza; alcuni ritengono
che addirittura si sia scritto, o meglio riscritto, troppo.
In realtà il problema è stato affrontato con i classici
strumenti della filosofia e della psicologia. Solo ora la
biologia e la medicina cominciano a non tacciare di visionarietà
coloro che utilizzano nuove e più appropriate tecnologie
per studiare cervelli e menti. Per la prima volta una rivista
come Nature Neuroscience ha scritto nell'editoriale che
"sebbene dieci anni fa pochi ricercatori avrebbero preso
sul serio il campo della coscienza, oggi i tempi stanno
cambiando. Sebbene lo studio della coscienza resta un campo
elusivo, sta nascendo un nuovo consenso tra i neuroscienziati
sulle possibilità di affrontare sperimentalmente il problema
della natura della coscienza" (Editor, 2000). Neuroscienziati
come Damasio ritengono che i prossimi dieci anni saranno
decisivi per lo sviluppo di una nuova disciplina che definisca
gli strumenti metodologici necessari a comprendere la coscienza
(American, 1999; Damasio, 1999). Tuttavia è indubbio che
affrontare il tema della coscienza da un punto di vista
ingegneristico non sembra, finora, avere suscitato l'interesse
della comunità scientifica internazionale. Anzi, al di fuori
della fantascienza, è incerta la collocazione temporale
della nascita di una artificial consciousness, intesa come
disciplina a se stante: gli studiosi non si sono ancora
riuniti in occasione di un seminario estivo (sulla falsariga
di quello storico di Dartmouth che segnò la nascita ufficiale
della artificial intelligence) per parlare di coscienza
artificiale o ingegneria della coscienza. Eppure, dopo parecchi
anni dal primo convegno di Tucson tenutosi nell'Aprile del
1994, si può ragionevolmente ritenere che il tema della
coscienza sia stato riletto attualizzandolo alla luce dei
progressi della neurobiologia e delle scienze cognitive.
In quella conferenza poi riptetutasi ogni due anni, si ebbe
il primo confronto internazionale sul tema della coscienza,
non solo tra filosofi, ma anche con neuroscienziati, fisici,
scienziati, studiosi di scienze cognitive, psicologi, studiosi
di farmacologia, neuropsicologia. Da allora - grazie anche
alla contemporanea simbolica apertura di una serie di studiosi
di rilevo (Francis Crick, Harry Damasio, Gerard Edelman,
David Chalmers) la coscienza è diventata un problema scientifico
e non solo un problema filosofico o terminologico. L'importanza
di questa, e altre conferenze centrate sul tema della coscienza,
non è stato tanto il fatto di aver avanzato con successo
nuove definizioni della coscienza, quanto di aver riaperto
un problema che sembrava - forse a torto - essere stato
risolto. Nuovi criteri per la valutazione della coscienza
e delle teorie che dovrebbero descriverla sono stati avanzati
e non possono più essere facilmente ignorati.
[...]
Seguono una decina di pagine che portano il lettore nel
più specifico ambito della definizione dei processi
di Coscienza.
Il testo di questo articolo nella sua versione completa
(13 pagg.) lo puoi scaricare cliccando sul link poco sotto.
Si ringrazia il Prof. Riccardo
Manzotti, Research Assistant al Dist dell'Università
di Genova, per aver reso possibile la pubblicazione
su questo sito dello scritto.
Per chi volesse approfondire le tematiche legate alla Coscienza
Artificiale mi permetto di consigliare il libro "Coscienza
e Realtà. Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi
di menti e cervelli" - edito da Il Mulino.
Maggiori informazioni posso essere reperite cliccando
qui.
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