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Io sto con i Verdi
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LA NOZIONE DI FELICITA' IN ARISTOTELE |
di: Jacopo Agnesina |
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Aristotele, in sintonia con le tesi del
maestro Platone e di Eudosso, riconosce che il bene è
“ciò a cui tutto tende”. L’agire
umano ha come fine (teloV)
ultimo il raggiungimento del bene “sommo”. Resta
ora da definire in cosa esso consista.
Nel primo libro dell’Etica Nicomachea Aristotele critica,
sottolineando il primato della verità rispetto all’amicizia,
la posizione di Platone secondo la quale esisterebbe il
“bene in sé”, un qualcosa di estrinseco
all’uomo, dotato di propria consistenza ontologica,
del quale è possibile avere conoscenza certa, sicura
e definitiva. Questa è per lo Stagirita una posizione
inaccettabile: il bene, similmente all’essere, è
predicabile in modi tanto differenti da non poter essere
sintetizzato in un unico ente stabile. Se ad esempio consideriamo
un uomo che fa il mestiere del carpentiere, risulta assai
difficile pensare come esso potrà trarre giovamento
dalla contemplazione dell’Idea del bene - sarà
per lui più proficuo operare secondo il “bene
costruire le case”.
Aristotele esamina quale sia la scienza in grado di raggiungere
la conoscenza del bene giungendo alla conclusione ch’essa
sia la Politica, la scienza architettonica per eccellenza.
Per architettonica si intende la scienza a cui tutte le
altre, anche le più ricercate come la strategia o
la retorica, sono subordinate. Inoltre tale scienza concorda
con quanto detto poc’anzi: l’oggetto della Politica
non è un qualcosa di astratto ed immutabile, come
è ad esempio per la Matematica; al contrario è
di natura fluttuante, per questo non bisogna operare con
una precisione assoluta: si può abbandonare la logica
in favore della retorica.
Definita la scienza che può condurre al bene assoluto
rimane da analizzare in cosa quest’ultimo consista.
Aristotele nota come per la maggior parte degli uomini il
bene sommo sia la felicità. Nasce ora un problema:
in cosa consiste la felicità? Vengono analizzate
e criticate alcune diffuse posizioni a riguardo: l’identificazione
del bene con il piacere, Edonismo (da hdonh,
piacere) – essa è propria del popolo rozzo
e conduce alla schiavitù del corpo; l’identificazione
del bene con l’onore - tipico degli uomini politici,
è superficiale ed inoltre rende dipendenti dall’essere
onorato mentre il vero bene deve poter essere trovato nella
propria singolarità; l’identificazione del
bene con la ricchezza (in greco ta
crhmata) - è una grossolana confusione tra
strumento e fine: la ricchezza può essere un mezzo
che favorisce il raggiungimento del bene ma di per sé
stessa non può essere un fine.
Come si è detto il bene - e per estensione la felicità
- è assai relativo al soggetto al quale si predica:
bisogna perciò isolare una caratteristica unica dell’uomo,
non posseduta dagli altri essere popolanti la terra, e comune
ad ogni uomo. Questa è palesemente riconoscibile
nella razionalità: la felicità sta nell’esercizio
della parte razionale dell’anima.
Secondo Aristotele quando un uomo si può ritenere
felice? Un aiuto ce lo può fornire il termine greco
corrispondente a felicità: eudaimonia,
letteralmente “avere un demone buono”, più
chiaramente espresso in italiano come “vita buona”.
Se essere felici significa avere condotto “una vita
buona” risulta evidente che non si può dare
un giudizio definitivo sulla felicità di una persona
fino a che essa non giunge a morte, ovvero fino a che la
sua vita non è compiuta. Nel corso della vita ci
potranno poi essere momenti relativamente buoni-favorevoli
e momenti relativamente cattivi-sfavorevole, solo chi saprà
conservare intatta la disposizione d’animo detta magnanimità
(in greco megalopsucia)
di fronte alle cangianti situazioni del vivere si potrà
dire felice. Alcuni obiettano che anche dopo la morte la
persona può, in virtù o per colpa dei suoi
discendenti, essere felice o infelice; secondo Aristotele
questo è vero solamente in parte: sicuramente una
piccola parte di felicità o infelicità tocca
il defunto ma non è abbastanza significativa da rendere
felice l’infelice o infelice il felice.
La felicità non può e non deve essere lodata.
La lode è un compiacimento di fronte al raggiungimento
di un bene relativo: una vittoria sportiva, un successo
politico, una intuizione scientifica. Viceversa, come si
è precedenza visto, la felicità è qualcosa
di assoluto, principio e fine di ogni nostra azione; come
tale, similmente agli dèi, deve essere fatta oggetto
di onore.
Scheda realizzata da Jacopo
Agnesina sulla base di appunti tratti dalle lezioni
del corso di Etica tenute, presso L'Università
degli Studi del Piemonte Orientale, dal Prof. Sergio
Cremaschi.
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