|
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
| altri contenuti |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
| speciale rubriche |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
| servizi |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
» |
|
|
| qualcosa su di noi |
|
|
» |
|
|
» |
|
~ ~ ~
~ ~ ~
Io sto con i Verdi
|
|
|
Introduzione
La questione del riferimento e della verità è
uno dei problemi filosofici principali. Al momento non solo
manca una convincente teoria della referenzialità
nel linguaggio naturale ma anche il formalismo di prima
quantizzazione ha rivelato i limiti della semantica nei
linguaggi formali.
Di seguito riporteremo brevemente alcuni interrogativi connessi
al significato e al riferimento sorti in questo “caso
patologico” di linguaggio scientifico.
Una possibile soluzione sembra essere un ritorno al binomio
fregeano intensione-estensione. Ciò richiede di trovare
quale tipo di relazione può sussistere tra queste
due componenti del significato e quale tipo di teoria semantica
può risultare dalla loro combinazione.
Il risultato del programma di ricerca dovrebbe essere quello
di elaborare gli strumenti logico-matematici adatti per
dare una veste tecnica a tale semantica. Ma, come ci è
apparso evidente fin dalla tesi di laurea, anche se il problema
logico ha una certa priorità non è possibile
procedere senza dare altrettanza importanza al problema
ontologico (“Cosa è una particella?”)
e al problema epistemologico (“Come sono conosciuti
gli oggetti della meccanica quantistica?”). Infatti
se la semantica si occupa della relazione tra concetti e
oggetti, non può non confrontarsi con la modificazione
che la teoria dei quanti ha apportato alla teoria epistemologica
sulla relazione tra lo sperimentatore e l’oggetto
della sua conoscenza scientifica nonché alla concezione
classica di oggetto fisico.
I - Impostazione preliminare.
Breve sintesi della tesi di laurea.
Per esporre il programma di ricerca è necessario
procedere ad una breve sintesi della tesi di laurea.
Come è evidenziato nel titolo della tesi, “Oggetti
intensionali nella meccanica quantistica”, la microfisica
ha portato nuovamente all’attenzione il concetto logico
di intensione.
Dopo avere premesso un’introduzione per tratteggiare
l’evoluzione nel pensiero logico-filosofico del binomio
intensione-estensione, i micro-oggetti sono stati presentati
dapprima intuitivamente per mezzo del modello atomico a
quark, poi formalmente con l’assiomatizzazione di
von Neumann.
Pur consapevoli della preminenza del formalismo matematico
nella meccanica quantistica (in quanto esso stesso rappresenta
il modello e ad esso, infine, si riferiscono i fisici) non
abbiamo trascurato di tenere presente il trattamento teorico
dei microoggetti (in particolare l’impiego della nomologicità
e della divisione in specie naturali) e di segnalare il
mancato accordo all’interno della comunità
scientifica su un linguaggio con cui descrivere intuitivamente
i microoggetti (con la conseguente presenza di due approcci:
ortodosso e intuitivo).
Un esperimento, l’interferometro a due fenditure,
che a detta di Richard Feynman è stato formulato
per racchiudere tutti i misteri attorno al comportamento
delle particelle, ha permesso di introdurre quei principi
della meccanica quantistica che determinano la costituzione
dei microoggetti.
Data l’importanza del problema dell’identità
in connessione con il concetto di intensione abbiamo esposto
le statistiche quantistiche di Bose-Einstein e Fermi-Dirac
confrontandole con la statistica classica di Maxwell-Boltzmann.
Tutto ciò ha contribuito ad appoggiare la nostra
assunzione che i microoggetti presentano un irriducibile
carattere intensionale (non sono individui nel senso classico,
non si possono distinguere dagli altri elementi della stessa
famiglia e, di conseguenza, non si possono denominare) e
che non possono essere adeguatamente trattati con la Teoria
degli Insiemi standard.
Abbiamo così concluso presentando due teorie semi-estensionali
per gli insiemi di microoggetti: la Teoria dei Quasisets
e la Teoria dei Quasets. Esse trattano formalmente alcune
caratteristiche degli insiemi di microoggetti: la caduta
dell’ordinamento (pur sussistendo la cardinalità)
e dell’identità estensionale (anche se per
essi si può sempre dare primitivamente una relazione
di equivalenza detta indistinguibilità).
II - Alcuni grossi interrogativi.
“Oggetti intensionali nella meccanica quantistica”
affermava che nel linguaggio utilizzato nella microfisica
si trovano oggetti con uno status logico particolare (intensionale).
Facendo un’analisi semantica del linguaggio dei fisici
questo peculiare tipo di oggetto non è riducibile
all’estensione né è semplicemente descrivibile
come intensionale.
Parallelamente nell’analisi epistemologica della meccanica
quantistica troviamo l’impiego di definizione teoretiche
costitutive, costruite assiomaticamente e non concetti teorici
dedotti, secondo la metodologia newtoniana, dai dati sperimentali.
La frattura tra il formalismo matematico e l’evento
storicamente concreto costituisce una vera rottura nella
struttura galileiana della scienza. Dopo lo shock iniziale
i fisici hanno avallato la preminenza del formalismo matematico
e hanno imparato ad “aggirare la questione”1:
Invece di chiedersi: come si può esprimere con i
mezzi matematici conosciuti una data situazione sperimentale?
ci si pose l’altra domanda: è vero forse che
possono sorgere in natura soltanto situazioni sperimentali
tali da poter essere espresse nei termini del formalismo
matematico?
Nella meccanica quantistica il classico concetto di ente
materiale è sostituito da una mescolanza di due aspetti:
ente matematicamente descritto (il quale rappresenta il
comportamento statistico medio di un’intera classe
di enti) e ente sperimentalmente osservato (il quale rappresenta
il riferimento indeterminato e l’estensione probabilistica
e vaga dell’oggetto fisico concreto). I fisici sono
consapevoli che si tratta di uno strumento euristico, un’ipotesi
comoda per visualizzare intuitivamente il microcosmo e pensano
di riuscire comunque a distinguere i livelli semantici del
loro discorso:
Era di importanza fondamentale, egli sosteneva, operare
una distinzione tra linguaggio chiaro e linguaggio preciso.
I manuali ponevano l’enfasi sul linguaggio preciso,
per esempio distinguevano “numero” da “numerale”
, e separavano il simbolo dall’oggetto reale secondo
la moderna metodologia critica: arzigogoli assurdi per dei
bambini, pensava Feynman. Puntò l’indice contro
un libro che tentava di introdurre la distinzione tra una
biglia e l’immagine di una biglia, insistendo su un
linguaggio del tipo: “colorate di rosso l’immagine
della biglia”.
“Dubito che un qualsiasi bambino possa fare un errore
in tal senso”, commentò seccamente Feynman.2
Di fatto i fisici quantistici usano questi oggetti intensionali
per formulare delle proposizioni dotate di significato (e
di un valore di verità). Ciò ci spinge a tentare
di formalizzare questo tipo di “strumento semantico”
che si è venuto a creare nella comunità quantistica.
II.1 Il problema metafisico: l’identità.
Se Frege in Über Sinn und Bedeutung avesse usato esempi
presi dalla meccanica quantistica (“la particella
incidente” e “la particella diffusa”)
invece che dall’astronomia (“la stella della
sera è la stella della mattina”) o dalla matematica(“il
punto d’incontro di a e di b” e “il punto
d’incontro di b e di c”) sarebbe giunto alla
medesima teoria del significato?
Dal momento che il problema del significato è connesso
con quello dell’identità, il problema dell’identità
degli oggetti della meccanica quantistica è uguale
a quello per gli oggetti di altre scienze?
In effetti tutti coloro che sono arrivati alla distinzione
tra intensione ed estensione, non ultimi Leibniz e Frege,
si sono trovati a riflettere sul problema dell’identità.
E il problema dell’identità occupa un punto
centrale, anche qui forse all’origine, dell’impiego
dell’intensione nelle teorie degli insiemi di microoggetti.
Il problema dell’identificazione sussiste già
nelle altre scienze3:
La scoperta che non sorge ogni mattina un nuovo sole, ma
sempre il medesimo, è stata indubbiamente una delle
più feconde dell’astronomia. Ancor oggi, non
è affatto facile riconoscere in un piccolo pianeta
o in una cometa lo stesso corpo già osservato.
In meccanica quantistica si presenta in tutta la sua gravità4:
Si è dovuto riconoscere che una particella elementare
non è un “individuo”, cioè non
ha un’entità individuale, non può essere
identificata. In linguaggio tecnico si usa dire che le particelle
ubbidiscono a nuove strane leggi statistiche.
Allora come avviene l’identificazione, il riconoscimento
degli oggetti? Basta usare lo stesso nome per essere sicuri
che sia lo stesso oggetto? E, à la Frege, se scoprire
che due diversi nomi si applicano al medesimo oggetto è
un’autentica conoscenza, come è possibile che
ci sia un legame stretto tra quello che noi diciamo e la
struttura del mondo?
Le teorie dei nomi come designatori rigidi di Kripke e di
Putnam non riescono a dar conto del valore conoscitivo degli
enunciati di identità e dei processi di identificazione
attraverso il tempo. Tenendo presente la microfisica, non
si può non condividere la pittoresca critica di Bart
Kosko5 alle teorie causali del riferimento:
Su tutte queste cose possiamo anche apporre etichette precise,
bianche o nere. Ma le etichette si tramutano da accurate
in imprecise a mano a mano che le cose cambiano. Il linguaggio
fissa un legame fra una parola e una cosa significata. Quando
la cosa si tramuta in qualcosa che è non-cosa rispetto
a prima, il legame si tende, si spezza o si ingarbuglia
con altri legami. “Casa” designa una casa anche
dopo che la casa sia caduta in pezzi o sia bruciata. Il
mondo delle parole ben presto appare come un peschereccio
che va alla deriva con migliaia di lenze ingarbugliate o
spezzate.
Come può un linguaggio formale trattare l’identità
attraverso il cambiamento? Come è possibile che un
oggetto si modifichi in alcune sue parti rimanendo lo stesso
e ciò nonostante il linguaggio formale riesca a fare
proposizioni significanti su di esso?
La meccanica quantistica ha confermato l’ipotesi dell’inesistenza
di referenti assoluti sanzionando, alla fine del XX secolo,
il fallimento della teoria realista del riferimento e con
essa del principio dell’adaequatio rei et intellectus.
L’estensione perde terreno perché si incrina
il riferimento.
Un brano letterario6 ci può suggerire come talvolta
l’intensione può avere più successo
del nome per identificare un individuo offrendoci, se ne
facciamo una lettura logica tra le righe, un caso di identificazione
tramite intensione (caratteristiche fisiche) con una intensione,
due nomi diversi, un identico individuo:
- è questa qui la tavola del mio amico Bill? - chiese
con una strizzatina d’occhi.
Risposi che io il suo compagno Bill non lo conoscevo, e
quella tavola era per una persona che dimorava presso di
noi, e che noi chiamavamo il capitano.
- Perfettamente - fece lui - Il mio compagno Bill può
anche farsi chiamar capitano se così gli aggrada.
Ha un taglio su una guancia, e maniere molto gentili, specie
quando ha trincato, il mio compagno Bill. Mettiamo, per
modo di dire, che il tuo capitano abbia una cicatrice su
una guancia; mettiamo, per modo di dire, che questa guancia
sia la destra. Eh? Che ti dicevo io? E adesso, sentiamo
ancora: il mio amico Bill è in casa?
La semantica per la meccanica quantistica sembra richiedere
un recupero parziale dell’originaria impostazione
fregeana. Frege teorizzò due fondamentali condizioni
del significato:
• l‘intensione (un concetto per orientare il
riferimento);
• l’estensione (un oggetto al quale il concetto
è riferito).
Il riferimento nella teoria di Frege è mediato da
un elemento cognitivo (il Sinn). D’altra parte anche
l’impiego essenziale che i fisici fanno della nomologicità
e la natura stessa dell’indagine sperimentale in microfisica
inserisce un ineliminabile componente cognitiva nel trattamento
delle particelle.
I mezzi con cui ci riferiamo agli oggetti per mezzo del
linguaggio (nomi propri, descrizioni definite, indicali)
valgono per la semantica della meccanica quantistica?
Nella meccanica quantistica cade la condizione di denotabilità
e il nome proprio non serve per riferirsi ad una data particella
perché per arrivare ad assegnare un nome ad una particella
bisognerebbe superare le indeterminazioni semantiche e riconoscerne
le proprietà caratteristiche. Piuttosto dei nomi
propri la meccanica quantistica utilizza descrizioni indefinite,
o, nella terminologia di Donnellan, fa un uso attributivo
delle descrizioni definite (individua qualsiasi entità
che si adatti esattamente alla descrizione data). Si nominano
classi di oggetti quasi come avviene per le specie naturali.
Per esempio, ci troviamo davanti a frasi ambigue come “Sto
cercando una matita”. Questa frase, che non presenta
ambiguità sulla quantità delle cose che cerco
bensì sulla loro identificazione e individualità,
può significare o che sto cercando una particolare
matita o che qualsiasi matita andrà bene, ossia o
sto cercando un oggetto particolare che per caso è
una matita o cerco qualsiasi cosa che corrisponda alla descrizione.
Non sono utilizzabili neppure gli indicali perché
identificare un individuo richiederebbe una quantità
di informazione massima e una determinazione assoluta, contro
il Principio di Heiseinberg su cui si basa l’esistenza
intera della meccanica quantistica. “Non è
evidente, ma ciò in realtà significa che non
è possibile denotare per esempio un elettrone con
il semplicissimo epiteto «questo», se non con
grande cautela, in senso ristretto, e talora ciò
è impossibile.”7
Tutto questo ci rimanda ad alcune questioni semantiche della
logica stoica in opposizione alla logica aristotelica.
II.2 Il problema storico: questioni semantiche nella logica
stoica.
La parte introduttiva della dissertazione di laurea cercava
di creare un retroterra alle teorie intensionali più
recenti vedendo se già in altri pensatori si fossero
presentate problematiche logiche analoghe alle moderne.
L’esigenza di valutare storicamente il concetto logico
di intensione è dovuta alla consapevolezza che la
conoscenza delle trattazioni già fatte può
favorire il nascere di alcune idee e insieme proibire il
nascere di altre.
Si possono trovare diverse somiglianze confrontando la teoria
stoica del lektón la semantica della meccanica quantistica.
Crisippo utilizzava contro gli aristotelici il seguente
paradosso: una proposizione intermedia (cioè una
proposizione a metà tra le ostensive e le indefinite,
asserita né indicando il soggetto in questione né
riferendosi ad un oggetto generico bensì definendo
la specie del soggetto) ha un valore di verità determinato
se è riducibile ad una proposizione ostensiva (per
il criterio stoico della verità se una proposizione
è vera, allora il predicato si accorda realmente
con quello che cade sotto la precisa indicazione del soggetto).
Ma la proposizione intermedia “Dione è morto”
non potrà essere vera perché ricondotta a
“Questo (uomo) è morto” dopo la morte
di Dione: infatti lo stato di cose a cui si fa riferimento
non sussiste più. Nondimeno è analizzabile
postulando la distinzione tra lektón e oggetto esterno
corrispondente.
Si tratta di una situazione logica “paradossale”
per il paradigma classico della teoria del significato,
tuttavia potrebbe meritare una traslitterazione moderna
in un’eventuale semantica per la meccanica quantistica.
Questa degli stoici rappresenta una diversa soluzione (avvalersi
del binomio intensione-estensione) alla domanda: “Cosa
accade se nel nostro linguaggio compare un’espressione
che non si riferisce ad alcunché?”.
Per alcuni logici, la cosiddetta “linea Frege-Strawson”,
gli enunciati in cui compaiono noi privi di riferimento
hanno un senso ma non un valore di verità; per la
“linea Russell-Kaplan” tali enunciati devono
essere considerati falsi, ricostruendoli in un modo che
li renda esplicitamente tali;
per gli stoici hanno un valore di verità se l’intensione
è riconducibile all’estensione. Nelle parole
di J. Pinborg8 essi:
[...] risolvono il problema intendendo la denotazione come
denominazione a partire dal connotato: così il connotato
non ha più esistenza in quanto forma, ma solo in
quanto individuo ben determinato.
Nella meccanica quantistica in effetti i nomi stanno prima
per descrizioni e proprietà (oggetti intensionali)
e poi per oggetti. Se diciamo “L’elettrone ha
spin 1\2” non intendiamo un elettrone preciso ma enuncio
una proprietà dell’oggetto nomologico elettrone.
Ma se diciamo “L’elettrone x ha spin 1\2”
non ci riferiamo ad un elettrone preciso né ad un
insieme standard di oggetti fisici: ci riferiamo ad un insieme
non classico.
La “morte di certi axiomata”, ossia il caso
di “Dione è morto”, ci suggerisce di
considerare attentamente all’interno dei triangoli
semantici la natura delle relazioni tra segno, contenuto
e cosa. Di che tipo deve essere la relazione tra un segno
e ciò cui il segno si riferisce per rendere accettabile
una tale situazione?
Nella logica aristotelica la lingua ha la capacità
di rimandare direttamente alle cose (nella teoria del sillogismo
le proposizioni sono sempre intorno a qualcosa e hanno sempre
uno stato di verità determinato). Il carattere necessario
del rapporto tra il segno linguistico e il suo oggetto deriva
dal principio: “Niente si può predicare di
una cosa salvo il suo stesso nome”, dal quale segue:
“É impossibile dire ciò che non è
perché dire ciò che non è significa
non dire”. Nella logica stoica il rapporto tra il
contenuto e la cosa è istituito dall’azione
causale dell’oggetto. I lekta dipendono dagli oggetti
cui si riferiscono: non basta esprimere un lektón
affinché esista l’oggetto. Ciò richiede
l’inserimento del significato cioè la possibilità
di riferimento del segno al suo oggetto. Questo “slittamento”
operato dagli stoici si ritroverà in Frege. Quine
lo riassumerà nella frase: “Il significato
è ciò che l’essenza diventa quando ha
fatto divorzio dall’oggetto di riferimento e si è
sposata con la parola.”9
Schematicamente, se con il simbolo ? indichiamo una relazione
arbitraria e con ? una relazione necessaria:
Semantica aristotelica: Semantica stoica:
Parola ? concetto ? cosa Vox ? contenuto ? cosa
Il problema della relazione tra contenuto e cosa è
centrale nella scienza moderna ogniqualvolta il fisico cerca
di “collegare i suoi concetti nel modo più
diretto e necessario possibile con il mondo dell’esperienza.
[...] Egli deve ammettere, quindi, che non esiste alcun
collegamento logico dal dato empirico al mondo concettuale.”10
Tra la logica stoica e una valutazione epistemologica della
meccanica quantistica sembrano esserci anche altre somiglianze
di impostazione più generale, per esempio la teoria
della conoscenza connessa alla distinzione tra segni commemorativi
e indicativi. Per gli Stoici i segni rivestono un’importanza
epistemologica perché nel caso in cui la conoscenza
non sia evidente (cioè non sia presente la cosa)
i segni rendono possibile una conoscenza non evidente rinviando
alla cosa stessa. Il segno non ha una qualsiasi identità
o somiglianza con la cosa stessa, ecco di nuovo perché
è importante inserire il significato per collegare
il contenuto e la cosa: una conoscenza non è un’immagine
di natura mentale e adeguata della cosa, ma è mediata
da un elemento cognitivo in quanto il ????????? deve essere
espresso nel discorso (infatti la voce ha una relazione
necessaria con il contenuto perché il contenuto di
per sé non esisterebbe).
Anche la meccanica quantistica abbandona l’idea della
conoscenza come concezione pittorica o rappresentativa della
cosa. Con la nomologicità e le definizioni operative
ha sottolineato come la conoscenza di un oggetto sia una
procedura controllabile che consenta di venire in presenza
dell’oggetto attraverso un segno che lo renda rintracciabile
(o classificabile o calcolabile) entro certi limiti oppure
che consenta di prevedere la probabilità della presenza
dell’oggetto.
I nomi non stanno direttamente e necessariamente per le
cose. Come nota Heisenberg11:
Ma non è un linguaggio preciso in cui potrebbero
adoperarsi i normali modelli logici; è un linguaggio
che produce delle raffigurazioni nella nostra mente ma insieme
con esse la nozione che quelle raffigurazioni hanno solo
una vaga connessione con la realtà, che esse rappresentano
solo una tendenza verso la realtà.
Nella meccanica quantistica non è proponibile la
proposta di Laputa12:
Considerando che le parole sono soltanto nomi che designano
cose, converrebbe agli uomini di portare addosso tutte quelle
cose necessarie ad esprimere i particolari negozi intorno
a cui si propongono di parlare.
Nella scienza moderna il valore dei concetti scientifici
è invece altamente strumentale: modelli quantitativi,
costrutti e concetti matematici hanno una funzione organizzativa
e di previsione, sono “finzioni matematiche”
costruite sulla base dei dati osservativi per trattare eventi
più o meno osservabili che in tal modo si possono
usare nel linguaggio senza doverseli portare dietro e mostrare.
L’oggetto intensionale ha una funzione in generale
simile al segno di Peirce, come quando osservando da dietro
la finestra le foglie che si muovono pensiamo che c’è
vento (le foglie agitate stanno al posto del vento per natura
inaccessibile alla visione) gli oggetti intensionali sono
costrutti matematici che stanno per i microoggetti.
Inoltre non si può negare la componente cognitiva
mediata dall’intensione nei concetti scientifici:
quella componente per cui il barbaro pur sapendo riconoscere
il cane non capiva “kuon”. Al contrario se il
rapporto tra il e la cosa fosse diretto e necessario13:
Un altro grande vantaggio i proponenti di questa invenzione
segnalavano, che, cioè, essa sarebbe valsa come lingua
universale di tutte le nazioni civili, le quali generalmente
adoperano tutte le suppellettili ed utensili della stessa
specie, o che molto si somigliano. In tal modo, gli ambasciatori
avrebbero potuto trattare con principi e ministri stranieri,
pure ignorando del tutto le lingue di questi ultimi.
III - Conclusione
Accenni ai requisiti di una teoria dell’intensione
e dell’esten
sione per la meccanica quantistica.
Il tentativo di edificare una teoria del significato per
la meccanica quantistica (che risponda in definitiva alla
domanda “Qual è il significato di un enunciato
in cui compare un nome di microoggetto e tale microoggetto
è indistinguibile?”) richiede di non glissare
su quei punti problematici di cui abbiamo parlato.
• Per quanto riguarda la teoria degli insiemi di microoggetti
dovremmo tenere conto oltre dell’indistinguibilità
anche della vaghezza. Già nel 1937 Max Black pubblicò
un saggio sugli insiemi vaghi in relazione alla meccanica
quantistica. Da una parte la nomologicità impedisce
che ci siano sovrapposizioni e vaghezze (essa è la
caratteristica di un linguaggio scientifico che ha termini
chiaramente definiti e classi rigorosamente stabilite) dall’altra
il principio di sovrapposizione mette in crisi le descrizioni
in termini di tutto o niente e descrive oggetti “dai
contorni sfrangiati” in quanto trapassano fluidamente
in cose che sono non cose rispetto a prima.
• La meccanica quantistica rimane in piedi, è
interpretabile, solo se vale il Principio di Indeterminazione,
cioè se negli esperimenti con i microoggetti le nostre
possibilità di osservare sono limitate. Non si può
edificare una semantica à la Russell in cui ad ogni
descrizione definita corrisponde un oggetto osservabile.
Se si collegano necessariamente nomi ed entità quando
si osserva un sistema fisico i legami necessari dei nomi
con le cose si ingarbugliano e si spezzano. Volendo evitare
la riduzione delle intensioni alle estensioni e ritornando
al punto di partenza della teoria del significato (la postulazione
delle due componenti da parte di Frege), dobbiamo trovare
una relazione tra intensione ed estensione più elastica.
La relazione tra queste due componenti del significato è
sempre stata un campo di battaglia ma vorremo cercare di
conciliarle come se fossero una coppia di grandezze coniugate
canoniche e come se per esse valesse una specie di relazione
di indeterminazione: se l’estensione è massima
allora l’intensione è minima e viceversa. In
questi casi speciali si ritorna alla teoria estensionale.
Sulla falsa riga della teoria fuzzy di Bart Kosko l’intensione
nell’estensione è come l’intero nella
parte: cioè la misura in cui l’oggetto di riferimento
possiede le proprietà descritte dall’oggetto
intensionale. Kosko si serve di un’immediata estensione
del teorema di Pitagora per trattare la sottoinsiemità
(ossia la misura in cui un insieme è sottoinsieme
di un altro insieme)14:
Ci volevano la nuova matematica di Russell e la nuova meccanica
quantistica di Heisenberg per farci dubitare, dubitare veramente,
della logica ereditata da Aristotele. Ironia della sorte
volle che il teorema di Pitagora sui triangoli rettangoli
[...] rappresenti il cuore dei paradossi di Russell e del
principio di indeterminazione di Heisenberg - nonché
della logica fuzzy moderna.
Questo potrebbe suggerire come definire il tipo di inclusione
intensionale espresso dal principio di derivazione aristotelica15
(“Il genere è detto parte della specie ma da
un altro punto di vista la specie è parte del genere”)
ripreso da A. De Morgan16 (“Tutto l’animale
è nell’uomo, concetto nel concetto; tutti gli
uomini sono negli animali, classe nella classe.”)
• Paradossalmente la referenzialità in meccanica
quantistica è salvata dagli oggetti intensionali:
i fisici sanno correttamente inferire, per esempio, che
se la particella x è un elettrone allora ha spin
1/2 e sanno riconoscere un elettrone se lo osservano anche
se è impossibile individuarlo. Ma il modo con cui
un fisico dice di “osservare” un elettrone come
può essere codificato in una semantica? È
difficile riuscire a parlare della struttura degli atomi
con il linguaggio ordinario, ossia al di fuori del formalismo
matematico. Al di fuori del formalismo si parla solo di
“esperienze”, di “fonti”, come le
goccioline d’acqua in una camera a nebbia o le macchie
nere sull’emulsione di una lastra fotografica:
[...] Ci si chiede di credere che lo storico, nel momento
in cui afferma qualcosa a proposito di Napoleone, intende
semplicemente che nelle biblioteche ci sono dei libri contenenti
asserzioni simili alla sua. Non c’è nessun
passato; ci sono solo fonti.17
• La determinazione teoretica degli oggetti della
meccanica quantistica sembra richiedere una semantica polivalente.
Per esempio, prendiamo il Principio di Sovrapposizione18:
Dirac ruppe in due parti un pezzo di gesso. C’era
uno stato in cui il gesso era qui, disse, ponendo uno dei
pezzetti sulla cattedra. C’era un altro stato in cui
il gesso era là, e pose il secondo pezzo sull’altro
lato della cattedra. Secondo la meccanica quantistica c’erano
anche stati formati dalla combinazione di queste due possibilità,
dove il gesso si sarebbe trovato qualche volta qui qualche
volta là.
In altre parole la probabilità è implicata
nella costruzione teorica dell’oggetto di conoscenza
e non è più, come nella meccanica classica,
limitata alla verifica che lo scienziato fa di ciò
che conosce. Ma allora qual è lo stato di verità
della proposizione: “Il gesso è a destra.”?
Già von Weizsäcker aveva introdotto il “grado
di verità” per ogni affermazione del tipo:
“L’atomo è nella metà destra della
scatola.”
NOTE
1 W. Heisenberg, Fisica e filosofia. La rivoluzione nella
scienza moderna., Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 55.
2 J. Gleick, Genio. La vita e la scienza di Richard Feynman.,
s.l., Garzanti, 1994, pp. 506-507.
3 Frege, “Über Sinn und Bedeutung”, tr.
it. “Senso e denotazione” in La struttura logica
del linguaggio, Milano, Bompiani, 1973, pp. 9-32.
4 E. Schrödinger “Che cos’è una
particella elementare?”, 1950, in L’immagine
del mondo, Torino, Boringhieri, 1963, p. 252.
5 Bart Kosko, Il fuzzy-pensiero. Teoria e applicazioni della
logica fuzzy, Milano, Baldini & Castoldi, 1995, p.21.
6 Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro, BIT
p.21.
7 E. Schrödinger “Che cos’è una
particella elementare?”, 1950, in L’immagine
del mondo, Torino, Boringhieri, 1963, p. 252.
8 J. Pinborg, Logica e semantica nel medioevo, Torino, Boringhieri,
1984, p.45.
9 W. V. O. Quine, From a Logical Point of View, II, 1.
10 A. Einstein, Replica al saggio di H. Margenau, in P.
A. Schlipp (a cura di ), Albert Einstein scienziato e filosofo,
Evanston 1949, tr. it. di A. Gamba, Torino 1958, p.625.
11 W. Heisenberg, op. cit., p. 212.
12 J. Swift, I viaggi di Gulliver, Milano, Mondadori, 1982,
p. 397.
13 J. Swift,op. cit., p. 397-398.
14 Bart Kosko, op. cit., pp. 118-119.
15 Aristotele, Metafisica, 1023b 17-21.
16 citato da Weingartner, “A New Theory of Intension”,
p. 287, in Scientific Philosophy Today, J. Agassi &
R. S. Cohen editors, Reidel Publishing Company, 1981, pp.439-464.
17 J. C. Polkinghorne, Il mondo dei quanti, s.l., Garzanti,
1986, pp.127-128.
18 J. C. Polkinghorne, op. cit., p. 40
|
|
|
Scarica
la versione .DOC - [57KB] - Compatibile con Microsoft Word.
Scarica
la versione .PDF - [72KB] - Compatibile con Adobe Acrobat
Reader.
|
|
|
|